martedì 9 marzo 2010

pulse#126: Mark Trecka (Bloomington, USA) @ La Mela di Newton, Ma 09 Marzo 2010

A.S.U. + La Mela di Newton,

presentano:

pulse#126


Mark Trecka (Bloomington, USA)


http://www.myspace.com/marktrecka

MARTEDì 09 marzo 2010, ore 20:45
@ La Mela di Newton, via della Paglia, 2 - Padova

Benvenuti dunque ad un altro episodio di instant promotion, questa volta in combutta, oltre alla Mela di Newton, anche con Boring Machines.

L'artista in programma domani sera si chiama Mark Trecka: fondatore, percussionista e vocalist della band statunitense Pillars and Tongues, in Italia in questi giorni per presentare il proprio progetto solista. Già vocalist e batterista in suolo americano per sua folkità Bonnie Prince Billy, Mark Trecka proporrà alla Mela il suo lavoro solista centrato sulla sua splendida voce calda e piena di soul, e sull'uso di vari strumenti: chitarre acustiche, ukulele e percussioni.
Ha da poco registrato delle sessions in Francia con l'amico Vincent Dupas aka My Name is Nobody uscite in due volumi intitolati "The Wolf Pit Sessions".


invece per chi non c'era venerdì scorso a godersi l'ora e mezza di puro divertissement, includiamo anche la mela-versione dell'hit di Eugene Chadbourne segnalatovi nella precedente newsletter, qui, sperando di arrivare presto con materiale definitvamente editato
(qui si muore dalla voglia di postare la splendida versione per banjo di "Breaking The Law Everyday")

Sempre sul versante documentazione sul blog trovate
interviste e riprese, rispettivamente di:
Carla Bozulich's Evangelista

Sylvain Chauveau
the Dodos
Yacht



PROSSIME DATE:

pulse#127: Ve 19 marzo Be Maledetto Now + King of Tuna + DJs TBA @ Pixelle

be maledetto now
http://www.nihilisme.org/bemaledettonow.html

pulse#128: Sa 20 marzo Gomma workshop @ la Mela di Newton
http://www.myspace.com/gommaworkshop

pulse#129: Ma 23 marzo Brian Harnetty (USA) @ la Mela di Newton
http://www.myspace.com/brianharnetty

pulse#130: Do 28 marzo Niobe (DE) @ Pixelle
http://www.myspace.com/niobeniobe

pulse#131: Ve 23 aprile Terrible Eagle (USA) @ Pixelle

http://www.myspace.com/terribleeagle

venerdì 5 marzo 2010

Pulse#125: Eugene Chadbourne (House of Chadula, USA) VE 5 Marzo @ La Mela di Newton, Padova

A.S.U. + La Mela di Newton, presentano:

pulse#125


EUGENE CHADBOURNE

(USA, House Of Chadula)


[Country / Sperimentale / Jazz]
http://www.eugenechadbourne.com/
http://www.myspace.com/eugenechadbourne


VENERDI' 05 marzo 2010, ore 20:45

@ La Mela di Newton, via della Paglia, 2 - Padova

Ce l'abbiamo fatta: ad ottobre la tentazione di organizzare anche una data padovana oltre a quella all'Elefante Rosso era stata forte, poi si era deciso di essere pazienti: prima o poi, instancabile giramondo, sarebbe tornato a tiro!
E così è successo: Doctor Eugene Chadbourne sarà (di nuovo) con noi venerdì prossimo, scarrozzato per l'italia da Marco Bernacchia/Above the tree...

Per l'occasione abbiamo montato un breve spezzone dal concerto del 30 ottobre scorso all'Elefante Rosso: il brano più easy, e di sicuro appeal, sia per il classico citato, -nientedimenoche- "Roll Over Beethoven" di Chuck Berry (!!), che per il degno destinatario della cover (Chadbourne entra infatti nel novero dei molti artisti che platealmente, magari con la chitarra in mano, si domandano "ma come mai è possibile che un popolo controcazzuto come quello italico sia alla mercé di sì disgraziata classe politica?", tipo Matt Elliott al SSF08, per capirci...),
Il video lo trovate nell'unico posto possibile: qui!

Contiamo di montare presto o tardi un altro brano, sempre dal concerto all'Elefante Rosso, e magari direttamente accompagnato da uno di quelli suonati proprio domani alla Mela.

Sempre sul versante documentazione, abbiamo postato sul blog la combo "video & intervista" collegata a pulse#105, suonava, oltre a Father Murphy e Congs for Brums, Carla Bozulich con il suo progetto Evangelista. Il video (lunghetto ma merita!), é del brano "Crack Teeth" tratto da "Prince of Truth", Constellation, 2006, e va ad aggiungersi alle altre interviste e riprese, rispettivamente di: Sylvain Chauveau the Dodos Yacht

Per pigrizia, eccovi copincollato quanto scritto su Chadbourne ad ottobre: ha tuttora validità, specie considerata la sua più che trentennale carriera...

Leggete dunque e diffondete, ma soprattutto ci si vede lì: venerdì alle 8e3quarti alla Mela.


Sul blog trovate anche qualche video, inclusa una lunga intervista/studio session, succosa e illuminante (e sì! c'è anche il rastrello elettrico, tranquilli...), ma in rete è più che pieno di spezzoni live di diverse annate, datevi da fare!

Oltre invece trovate un emblematico report di un suo live (da Sentireascoltare) che la dice lunga su ciò che vi perdereste nel caso non veniste!


EUGENE CHADBOURNE (USA, House of Chadula)
eugene

Dr. Eugene Chadbourne ha 55 anni, suona la chitarra, il banjo e molto altro.
Improvvisatore blasfemo di country western, Chadbourne e' il piu' eccentrico ed eterodosso dei solisti creativi. Contaminato dai miraggi e dagli incubi della civilta' psichedelica, erede della musica totale di Zappa e del musichall politico dei Fugs, ma immerso fino al collo nella "trash culture" (cultura della spazzatura) dei punk, ha coniato il linguaggio musicale piu' eretico e blasfemo della sua era. In maniera del tutto coerente con la sua fondamentale incoerenza, ha scelto l'innocuo country come struttura portante di tanto fracasso.

Alla fine degli anni settanta (dopo aver brillantemente risolto il dilemma "Canada o Vietnam?") Eugene improvvisa con John Zorn e Tom Cora a New York.

Gli anni 80 si aprono con il rockabilly demenziale e dissonante degli Shockabilly, lui intanto fissa il suo acido impegno politico, poi si aggiunge ai Camper van Beethoven, sempre coverizzando il mondo intero, fa dischi con They might be giants et alter.

Negli anni 90 ritrova e scompagina folk e country, scambia la chitarra elettrica con quella acustica, creando così un sound totalmente personale, in cui la sua indole di improvvisatore rumorista rivolta sorniona sonorità più traditional.

Il percorso continua, tra sfilze di dischi e nastri autoprodotti e collaborazioni eccellenti non solo nel mondo del jazz, incontrando musiche antipodali ed esotiche, per consegnarci oggi un artista incredibilmente eclettico, capace di performance surrealmente avant ma al contempo esilaranti e caustiche, capaci di frullare musiche altre, d'altri e d'altri tempi sempre all'insegna di un buon umore iconoclasta.

Collaborazioni con: John Zorn, Violent Femmes, i nostrani Zu, Sun City Girls, Elliot Sharp, Fred Frith, Derek Bailey,They Might be Giants, Keiji Haino, Marc Ribot, David Toop, Susie Ibarra, Tom Cora, e ci fermiamo qui...


ecco la recensione del concerto

Eugene Chadbourne Museo Della Musica Bologna (24 Febbraio 2009) Comicita e ricerca musicale, parodia e eclettismo. Eugene Chadbourne dimostra ancora una volta che la musica sperimentale può andare tranquillamente a braccetto con il country, il noise, il metal e il clownesco. Alla faccia di chi pensa che la musica sperimentale (d'avanguardia, anticonformista o come diavolo la si voglia chiamare) sia per forza una roba noiosa e di chi crede che i musicisti "impegnati" debbano (chissà per quale motivo, poi) essere barbosi bacchettoni che suonano per un pubblico elitario e serissimo. L'altra sera, nella saletta del Museo della Musica di Bologna, Eugene Chadbourne ha dato prova del contrario, dimostrando che la comicità può andare perfettamente a braccetto con la ricerca musicale, senza che quest'ultima perda di credibilità. E lo ha fatto a modo suo, con quell' inconfondibile stile da americano giramondo, capace di adattarsi a qualsiasi platea e, soprattutto, a generi musicali distanti anni luce tra loro. Solo con un banjo e una chitarra, il musicista statunitense, noto per le sue svariate collaborazioni (da John Zorn a Fred Frith, da Jello Biafra a Derek Bailey, fino ai romani Zu), è riuscito ad ipnotizzare i presenti per un'ora e mezzo con uno show esilarante e capace di abbracciare, in poco più di un giro d'orologio, mondi musicali agli antipodi. Senza tanti convenevoli, Chadbourne ha esordito con una serie di brani country, che spesso e volentieri si dilatavano, sfociando in improvvisazioni free, con il banjo trasformato in un ibrido tra uno strumento a corde e una percussione.Dopo una mezz'oretta eccolo imbracciare la chitarra elettrica, distorta e compressa all'inverosimile, e lanciarsi in una serie di cover. Are You Experienced? Di Hendrix sarebbe praticamente irriconoscibile sotto le sferzate noise della sei corde, se non fosse per l'ormai classico stop and go con la declamazione della frase che da il titolo al brano. Dal rumorismo estremo al suono chiaro e limpido ci passa un colpo al pedale degli effetti. Ed ecco il Nostro esibirsi in un duetto (degno di un imitatore di professione) tra Bob Dylan e Louis Armstrong sulle note dello standard Stardust. Ma non c'è sosta e il pubblico non ha ancora smesso di ridere che arriva la sua personale rilettura del classico del classici del rock'n'roll, Roll Over Beethoven, trasformato per l'occasione in un geniale "Roll over Berlusconi"! La comicità musicale di Chadbourne possiede l'efficacia che solo i grandi attori riescono a suscitare, tanto è raffinata e mai grossolana. E, soprattutto, imprevedibile. Quanto meno te lo aspetti, il vecchio Eugene ti mostra il pezzo da novanta, tirando fuori uno strumento di sua invenzione: il rastrello "elettrificato" (!). Chadbourne gironzola per un quarto d'ora esplorando tutte le sfumature del rumore con il suo nuovo arnese, ora graffiando il pavimento,ora sfruttando il suono del contatto elettrico con le luci. Non importa che sia un concerto gratuito e che ai presenti potrebbe già bastare. Lui è in vena, il pubblico anche e quindi, imbracciato di nuovo il banjo, ricomincia con le sue deliranti melodie pseudo country. In questi casi ci si può solo lamentare del fatto che tutte le cose, prima o poi, finiscono. Eccezionale. Daniele Follero


mercoledì 3 marzo 2010

Estratto video: Eugene Chadbourne's Roll Over Berlusconi - pulse#115 @ Elefante Rosso (VE)

Ecco montato un breve spezzone dal concerto del 30 ottobre scorso all'Elefante Rosso: il brano più easy, e di sicuro appeal, sia per il classico citato, -nientedimenoche- "Roll Over Beethoven" di Chuck Berry (!!), che per il degno destinatario della cover (Chadbourne entra infatti nel novero dei molti artisti che platealmente, magari con la chitarra in mano, si domandano "ma come mai è possibile che un popolo controcazzuto come quello italico sia alla mercé di sì disgraziata classe politica?", tipo Matt Elliott al Summer Student Festival 08, per capirci...),

il brano è:
Roll Over Berlusconi

PULSE#115:: EUGENE CHADBOURNE (USA) @ Elefante Rosso (Venice) from Pulse Data on Vimeo.

Estratto video + Intervista: Carla Bozulich 's Evangelista - pulse#105 @ Stalker Reloaded

Pensavate che i video e le interviste fossero finiti? Abbiamo sempre con noi videocamera e registratori vocali per mostrarvi cosa vi siete persi o cosa avete avuto la fortuna di vedere!
Questa volta vi offriamo

video+intervista
PULSE#105 - CARLA BOZULICH'S EVANGELISTA

il brano è:
Crack Teeth
tratto da:
Prince of truth (Constellation, 2006)



Padova, Stalker Reloaded 24/01/2009


La sua è una storia complicata, fatta di estremi e già ricca di collaborazioni nell’underground musicale americano sul finire degli anni '80. Questa sera è qui con il nuovo progetto Evangelista per presentare il suo ultimo Hello Voyager.

Come sta andando il tour?

Carla: Sta andando molto bene, ci stiamo divertendo. Alcuni concerti sono stati delle belle esperienze, Roma ad esempio è fantastica, la gente è positiva e devo dire che è piacevole soprattutto quando sei di cattivo umore...

Ti senti sempre a tuo agio con la figura di donna drammaticamente tormentata con cui vieni dipinta? Hai mai l’esigenza di venire presa meno sul serio a prescindere dal tuo passato?

Carla:

A dire il vero tutta la mia vita di tutti i giorni è colma di risate e gioia, soprattutto tra me e Tara Barnes, la bassista, è addirittura difficile starci dietro perché ridiamo continuamente. Ad ogni modo sono consapevole che anche quando sono triste o arrabbiata sia ok, è la mia vita, è il mio modo di essere, in fondo sono felice la maggior parte del tempo. E’ fondamentale essere sè stessi e non cercare di apparire forzatamente diversi. Comunque no, non mi preoccupo dell’ascoltatore, non mi interessa fare musica leggera, non fa per me anche se poi mi piace ascoltarla. C’è una band ad esempio, i Celebration : sono americani e la cantante è incredibile, è buona musica ma non è il genere di messaggio che posso dare io. Lei è incredibile, è puro divertimento! C’è un sacco di musica come questa che mi piace, ma la mia più grande soddisfazione è comunicare scavando dentro di me tirando fuori le cose e portando le persone magari anche a riflettere.

Come ti senti nei confronti di tutte le donne che si riconoscono nei tuoi pezzi e che attraverso la tua storia sentono dare voce alle loro esperienze di violenza? Non è una responsabilità a volte fin troppo grande?

Carla:

E’ una domanda interessante. Io non credo si tratti solo di donne comunque, è per chiunque voglia ascoltare col cuore, è ciò che accade con la musica in generale: c’è una forza e una potenza che ciascuno può prendere e custodire per rendersi più forte in una qualsiasi situazione complicata, in particolare diventa utile se le si affronta insieme attraverso la musica. So che suona banale ma lo penso davvero. A volte è importante essere arrabbiati e tirar fuori tutto per essere in grado di esprimere le cose che non riusciamo a dire, perché tendiamo a controllarci e ad agire come persone “normali”, ma io non credo esista la condizione di “normale”, è un mito. Quello che mi sento di suggerire è di allontanarsi da questo modo di pensare così costruito.

Sei stata anche definita madrina dell’alt country, ma nel tuo percorso hai attraversato generi molto diversi. Mahler, George Jones, Patty Smith hanno mutato la tua visione della musica negli anni. Vuoi parlarmi un po’ di questi tuoi cambiamenti continui?

Carla:

Per me la musica country è un genere fantastico, mi è sempre piaciuto molto cantarlo, ma ancora più che l’alt country mi piace il country tradizionale, l’old style country. Nella mia band precedente, i Geraldine Fibbers, si può notare la differenza: se ascolti i pezzi il mixaggio è quasi assente, suonano country appunto; certo poi c’è del noise, rock o altra musica, ma questi sono i riferimenti di genere.

Ciò che preferisco per quanto riguarda il coutry è cantare vecchie canzoni di George Jones. Devo ammettere di relazionarmi meglio con pezzi maschili, se devo cantare delle cover: li sento molto più miei. Comunque, considerando i vari generi, mi sono appassionata a tanti tipi di musica: amo suonare e scrivere cose diverse. Ciò da una parte non ha fatto troppo bene alla mia carriera musicale, ma è stato ottimo per il mio sound. A volte è controproducente perché ho realizzato album che sono piaciuti ad alcuni fan e poi magari un altro disco in cui gli stessi non trovano più quel tipo di suono. Certo non succede sempre, ma a volte capita che qualcuno si allontani.

Il tuo percorso musicale è ricco di personalità molto forti. Cosa ti ha lasciato l’esperienza al fianco di Lydia Lunch o Mike Watt? O se preferisci raccontami delle esperienze passate con Neon Veins, Invisible Chains e Ethyl Meatpow.

Carla:

Uh Lydia Lunch è favolosa, bellissima, è un mostro di poesia: lei dice la verità, la sua verità, per me molto vicina alla perfezione. E’ controversa, esprime cose nelle quali credo e di cui io ho ancora difficoltà a parlare perché non voglio urtare nessuno, ma per lei è molto più importante parlare delle cose. Non lo fa per essere aggressiva, nella realtà è dolcissima e la ritengo la persona più carismatica che io abbia mai incontrato; davvero consiglio di andare a vederla perché è incredibile. Tutti quelli che assistono ad un suo show poi sentano l’esigenza di incontrarla perché è un personaggio unico. Ad esempio, lei sostiene che avere figli ora è la cosa peggiore che si possa fare, sia per il mondo che per il bambino stesso. E’ una posizione interessante e per la mia esperienza anche condivisibile; io ho scelto di non avere figli, più probabilmente ne adotterò uno anche se la maggior parte delle persone ne vogliono uno proprio. Ad ogni modo questo era solo un esempio per darti un’idea di Lydia.

Mike Watt… per me è il miglior simbolo del punk rock tra tutti quelli che ho conosciuto. Ho interiorizzato la maggior parte dei miei principi non solo da lui ma da tutta la band i Minutemen, sono cresciuta nella loro stessa città: San Pedro. Mike Watt è un uomo fantastico e incredibilmente affascinante, è un grande appassionato di Storia, non solo recente: ha fatto degli studi approfonditi e credo potrebbe senza problemi insegnare. E' un pozzo di sapere tutte le volte che ci parli e poi è più vecchio di me, ma è incontenibile: va pazzo per il kayack! Lo fa ogni giorno nella baia di San Pedro, dove ci sono delle cascate potentissime. E tutte le mattine alle 6 di mattina lui è lì se qualcuno fosse interessato ad incontrarlo… (risate).

Questo è Mike Watt, formidabile!

Quanto è importante l’improvvisazione in Hello Voyager ? Ti va di confrontarlo ad Evangelista?

Carla:

L’improvvisazione per me è molto importante perché spesso mi annoio, da qui la mia tendenza a spaziare tra vari generi. Improvvisare è eccitante perché puoi anche fallire, ovviamente succede che non suoni bene… diciamo che c’è la giusta dose di rischio, quel pizzico di pericolo che fa sembrare tutto più eccitante. Allo stesso tempo è fantastico quando riesce: se improvviso qualcosa e viene bene è un grande traguardo, un completamento.

Cosa mi dici della copertina di Hello Voyager? Hanno un qualche significato particolare quei gatti disegnati?

Carla:

Mmm non so se sono veramente gatti..Lo sono per te?

Credo sia l’idea che più si avvicina. Cosa sono?

Carla:

Beh sono gatti.. (risate).

E’ un lavoro di Nadia Moss, una bravissima pittrice di Montreal: ha fatto le copertine dei due dischi oltre che suonare l’organo in entrambi. E’ una donna molto profonda e simpatica. E' buffo perché i suoi lavori appaiono così seri, e lo sono sicuramente, non sto minimizzando, ma credo che lo humor sia una componente altrettanto importante.

Comunque, non so se siano realmente gatti, probabilmente dovrei chiederglielo la prossima volta. Di certo ha disegnato tante piccole creature. Non so cosa significhino esattamente, ma so che vogliono comunicare qualcosa ai tuoi occhi quando li guardi. Non li trovi carini? Vogliono comunicare qualcosa riguardo all’essere strani, complessi…

Ai miei occhi sono una via di mezzo tra esseri umani e animali…

Carla:

Sì, è esattamente questo, ed è quello che sono io: donna e animale. Secondo me il miglior modo di sentirsi.

Il progetto Evangelista comprende tanti altri musicisti appartenenti tutti all’etichetta canadese Constellation. Questo è il secondo per loro, come ti stai trovando?

Carla:

E’ bellissimo, l’Hotel2tango studio è fantastico ed Efrim Menuck è ovviamente il tecnico del suono. Ora torneremo lì per registrare a febbraio anche il terzo album con Evangelista e lui ci seguirà di nuovo. Efrim produce molta musica, ma c’è di più, a lui non piace neanche essere definito produttore per cui non saprei come chiamarlo. Le sue idee sul nostro lavoro ci hanno fatto riflettere su diversi punti ed è stato importante perché i suoni uscissero nel modo giusto.

Comunque sì, registrare a Montreal è stato molto importante per Evangelista. Non so spiegarti esattamente il motivo, ma è parte del disco ed è buffo perché quando abbiamo registrato il primo album era inverno e faceva un freddo spaventoso, qualcosa come 14 gradi sotto lo zero ed era pericolosissimo addirittura stare 2 o 3 minuti fuori all’aperto. Credo questo abbia molto influito sull’album, si percepisce una certa intensità. Se ci fosse stato più caldo probabilmente non sarebbe uscita. Mi piace molto lì: ne guadagna la musica, adoro le persone, ci sono artisti, grandi musicisti e se giri per le strade sei travolto dalla loro creatività, ci sono poster che spiccano come opere d’arte, flyer, adesivi, musica. E' una città estremamente stimolante.

Beh, a tal proposito anche l’Italia mi pare di intuire ti sia di grande ispirazione…

Carla:

Mi piacciono la Spagna, il Portogallo: la parte sud ovest dell’Europa è quella che preferisco. In Italia mi sono sentita a mio agio, fin dalla prima volta che sono venuta qui e non parlavo una parola di italiano. L’esatta sensazione che ho provato scesa dall’aereo è stata:” I’m home”. Mi piacciono le persone e mi diverto sempre un sacco, sarà per il cibo e per il vostro modo di fare. Amo l’Italia.

E per di più questa sera ti vedremo suonare insieme ai Father Murphy, una band italiana che hai caldamente richiesto insieme a te stasera.

Carla:

Abbiamo suonato parecchio con i Father Murphy, anche negli Stati Uniti. E' un gruppo che mi piace moltissimo, adoro Federico, spero capiti sempre più spesso di suonare insieme, è una bella emozione.

Abbiamo fatto quattro concerti credo un anno o un anno e mezzo fa, non ricordo bene. Ho avuto subito la sensazione che fossero molto forti e interessanti, fanno veramente dei bei pezzi ed è un piacere vederli lavorare… così precisi, poi si stimano tutti molto l’un l’altro. C’è una bella atmosfera.

Per concludere, cosa stai ascoltando volentieri in questo periodo?

Carla:

Ieri sera ho ascoltato Billie Holiday. E' la prima volta dopo 10 anni. La adoro. E' buffo che io abbia fatto passare così tanto tempo; ad ogni modo ho pensato che fosse il caso di riascoltarla. Hai presente quando smetti di ascoltare qualcosa per un po’ di tempo e poi la riscopri ed è ancora più bello? Ci sono alcuni gruppi di Los Angeles che mi piacciono veramente molto: i Gaunt, ci ho suonato non tanto tempo fa, era lo stesso tour con Father Murphy, ma ora stanno facendo uscire un album nuovo per cui… Poi c’è un altro gruppo che si chiama Miss Cincinnati, sono in tre e suonano solo canti da marinaio; c’è in particolare la ragazza con cui ho suonato a lungo, Jessica, e suona il violoncello, mentre il suo ragazzo Jeremy suona la chitarra, fanno una sorta di musica sperimentale: prendono questi canti da marinaio e li impreziosiscono di atmosfere, una sorta di ambient ricca di suoni astratti. Danno realmente vita ai pezzi anche visivamente: questa é la loro caratteristica maggiore. Infine ascolto molto Nels Cline, uno dei migliori musicisti con cui io abbia mai collaborato , da poco è uscito un suo album dal titolo Coward che mi piace molto.

Intervista a cura di Daniela Cia

Riprese: Giulia Tirelli
Montaggio: Giulia Tirelli e Sergio Pigozzi
Videro realizzato in collaborazione con Punto Video Toselli


domenica 14 febbraio 2010

pulse#124: Jackie-O-Motherfucker (Fire, USA) @ Pixelle Do 14.02.2010 + Dragging an Ox through Water

A.S.U. [Associazione Studenti Universitari] e PIXELLE presentano:

Pulse#124:
Jackie O' Motherfucker (Fire records, USA)
jackie
http://www.myspace.com/jomf http://www.uzuaudio.com

+ Dragging an Ox through Water (Awesome Vistas, USA)
dragging an ox
http://dragginganox.blogspot.com/
http://www.myspace.com/dragginganox

Domenica 14 febbraio, h.21.45 @ Pixelle, Padova

San Valentino per noi sarà questo: niente cioccolatini indigesti, cenette a lume di candela, bensì un doppio set rock psichedelico che si preannuncia notevolissimo, ultima tappa italiana del supertitolato progetto del dinoccolato Tom Greenwood, i Jackie O' Motherfucker, introdotto in apertura dal set di Dragging an Ox through Water, ovvero Brian Mumford, membro anch'esso dell'attuale formazione di JOMF...
Adorati da Sonic Youth e Mogwai, collaboratori di Godspeed You! Black Emperor, incensati dalla stampa specializzata di mezzo mondo (uno su tutti, The Wire ha dedicato loro la copertina qualche tempo fa), i Jackie-O Motherfucker sono uno dei pochi gruppi che potrebbe stare contemporaneamente in un volume dell'Anthology Of American Folk Music come pure in una raccolta della Knitting Factory, in una teca dello Smithsonian Institute come in un basement berlinese. Già il nome li introduce senza vie di mezzo, con quella O grande in mezzo intenta a gettare petrolio su fiamme profanatrici.
JOMF è American Folk Music ma non solo. Nel tempo, ha attraversato il jazz più d'avanguardia, al suono delle radici si è unita la costante necessità di andare oltre,e il risultato è quanto di più psichedelico si possa ascoltare nel panorama musicale odierno: chitarre che suonano come sitar, percussioni, tape loops, xilofoni, sax, clarinetti, voci fino ad evolvere nel suono attuale, più "compatto" e, in un certo senso space rock.

"Jackie-O Motherfucker ha sviluppato una liberatoria estetica di armonioso rumore, come un baluardo contro le forze del conservatorismo e della mercificazione."

Edwin Pouncey The Wire.

La stampa specializzata ne fa dei paladini della New Weird America, the Wire dedica loro la copertina nel dicembre 2002, ma i Jackie-O Motherfucker non si adagiano sugli allori, anzi: negli ultimi 15 anni si sono costantemente evoluti, con una ridda di membri e collaboratori che si alternano intorno al pilastro Tom Greenwood secondo l'idea di collettivo "aperto" I Jackie O Motherfucker si formano nel 1994 attorno al sassofonista Nester Bucket e al dinoccolato chitarrista Tom Greenwood.
Si sono alternati all'interno della band circa 20 elementi sparsi su tre citta' (Portland, New York, Baltimora), a seconda degli spostamenti dei leader. Dagli esordi su etichette di culto quali FishEye e Roadcone (su questa -di cui non riesco ahimè a fornire riferimenti web- è poi uscito nel 2001 l'album Liberation che valse loro la succitata copertina di The Wire, oltre ad una ventina di titoli a nome di personaggi chiave della scena: Thurston Moore, Loren Mazzacane Connors, Alan Licht, Vibracathedral Orchestra e Califone e Rollerball) grazie al loro sound capace di evocare folk music, field recordings, psychedelia, e noise, i Jackie-O si affermano rapidamente come dei congiuratori sonici in grado di spaziare attraverso l'avanguardia di varie epoche, conquistando un numero crescente di estimatori e fan.
La musica infatti attinge da fonti disparate rielaborando poi il tutto secondo una tradizione riconducibile agli anni Sessanta-Settanta. L'ambizione e' quindi quella di una sorta di musica totale che assorbe e disintegra allo stesso tempo elementi della tradizione americana, psichedelia, free jazz...
Gli anni recenti li hanno visti agitatori di molte situazioni culto dell'indie rock globale, a cominciare dalle partecipazioni al famigerato All Tomorrow's Party per la cui etichetta è uscito la ristampa dei due "WOW" e "The Magick Fire Music", inizialmente editi rispettivamente da Fish Eye e dalla thurstoniana Ecstatic Peace.

Recentemente, nell'estate 2009, è uscito su Fire records il loro ultimo "Ballads Of The Revolution", di cui vi proponiamo una recensione più avanti...

di Dragging an Ox through Water, giusto una succinta bio:

Nato a Twin Fall, ID, Brian Mumford cresce muovendosi tra Oklahoma, Montana e Colorado. L'ambiente in cui nasce gli trasmette un precoce amore per il canto virtuosistico del country americano prima di sviluppare il gusto per i recording distorti e l'industrial. Il suo progetto Dragging an Ox through Water, in continua evoluzione, sposa il tipico accento lirico del country e del folk sporcandolo con feedback e distorsioni, droni, nastri e oscillatori autocostruiti, generando autentica "weird american music".

Ingresso: 8 euro
inoltre, per non non cozzare con lo spirito della giornata degli innamorati, le coppie che daranno significativa controprova del loro livello di affiatamento avranno (proporzionale) diritto ad uno sconto ad insindacabile giudizio del personale in cassa.


Due parole su "Ballads Of The Revolution"

Finalmente il figliol prodigo Tom Greenwood torna a casa. Un modo come un altro per dire che con Ballads Of The Revolution - un eufemismo? Il ricordo dei tardi '60 in fermento? - i suoi Jackie-O' Motherfucker ritornano su livelli di assoluta eccellenza, riscrivendo parzialmente le tavole della cosiddetta New Weird America. Stilisticamente il gruppo continua a gravitare attorno alla magnetica personalità del musicista di Portland - che non intende affatto distaccarsi dall'attitudine e dalla veste sonora che ne han fatto un'istituzione nei circuiti underground più esegeti, bensì prova a rendere più fascinoso il suo intruglio di psichedelia e libero folk tornando a confezionare canzoni degne di questo nome. Un piccolo smarrimento era occorso ai nostri, che giunti al traguardo del decimo album in studio, sembrano andare a nozze con sonorità certo lisergiche, eppure capaci di accogliere elementi di elettronica povera e di musica da western (lo stomp quasi morriconiano di Lost Jimmy Walen) come introspettivi passaggi giusto in bilico tra la recitazione del re lucertola ed i rintocchi chitarristici di Jerry Garcia.

Greenwood è l'unico sopravvissuto del nucleo originale, giunto al suo quindicesimo anno d'attività, nonostante i notevoli rimpasti di line-up. Di certo gli accompagnatori di questa rivoluzione virtuale si fanno sentire, il chitarrista Nick Bindeman ruba spesso la scena, immergendo la sua sei corde in un virale e vorticoso rito pagano.

Un occhio sempre severo alla tradizione non manca con la rivisitazione della ballata classica Nightingale , dove compare la pedal steel di Lewi Longmire, ma il desiderio di ricerca è sempre dietro l'angolo, soprattutto quando si interagisce con realtà moderne, come i Lucky Dragons, dei quali viene ripresa in chiave fortemente improvvisativa Dark Falcon, con alla voce un'ispirata Oney Owens, in arte Valet (Kranky).

Ballads Of The Revolution è un disco incredibile, capace di rimembrare lo spleen esistenziale di Mark Kozelek e dei suoi Red House Painters, il dream pop degli Opal e la tradizione delle grandi band di San Francisco in odore di Nuggets.

Una fascino antico rinnovato attraverso trovate sempre attuali, il rock desertico che diviene una scappatoia all'inferno metropolitano, Tom Greenwood sa ancora come cullarci, attraverso nenie dal sapore dissacrante, in uno spazio sospeso tra chitarre fuzz ed ululati che hanno ben poco di umano. Dall'improvvisazione radicale al country & western, con mille sfaccettature nel mezzo. Che sia proprio questo l'album definitivo di Jackie-O' Motherfucker?


di seguito qualche video, cominciando, con un minimo di autoreferenzialità, proprio dal pulse#77, il primo dicembre 2007...





qui invece un video di "Dragging an Ox through Water"

martedì 9 febbraio 2010

Pulse#123: ARBOREA (Borne!, USA) @ La Mela di Newton- Martedì 9 Febbraio, Padova

A.S.U. [Associazione Studenti Universitari] e La Mela di Newton presentano:
Pulse#123: Arborea (Borne!, USA)
arborea
http://www.myspace.com/arborea2 http://arboreamusic.blogspot.com/
Martedì 9 febbraio h. 20.45 @ La Mela di Newton, Padova

Rieccoci alla Mela... speravamo di inerrompere questo trend U.S.A. che ultimamente contraddistingue le proposte pulse (ri)proponendovi in febbraio Mi and L'au, ma l'ennesima posticipazione del tour ci costringe ad aspettare ancora... Poco male, recuperiamo cogliendo al volo l'occasione di ospitare gli ARBOREA, anche loro sulla medesima etichetta Borne! e anche loro coppia consolidata nell'ambito neo folk, ma di origine statunitense, nonché negli ultimi anni più prolifica ed attiva... (tre album in 4 anni, diverse apparizioni in compilation del settore, l'ultima delle quali, Leaves of Life é stata da loro stessi curata e annovera tra gli altri la partecipazione di vari pezzi grossi e prossimi astri della "scena" quali Devendra Banhart, Marissa Nadler, Rio en Medio, Micah Blue Smaldone, gli stessi Mi and L'au, Larkin Grimm e avanti dicendo... )

Provenienti dal Maine, gli Arborea sono uno dei nomi di punta del "neo folk" americano e il progetto é formato dal duo Buck e Shanti Curran (voce, percussioni, banjo e chitarre) al quale su disco si aggiunge la violoncellista Helena Espvell degli Espers. Dal loro incontro nasce una musica che ha solide radici nella musica proveniente dagli Appalachi, la musica folk tradizionale inglese, il folk psichedelico contemporaneo con presupposti sperimentali sommariamente quieti ma intensi. Da qui nasce"Arborea" il loro disco omonimo uscito quest'anno per la Fire Museum, accolto molto bene su Blow Up (8/10) e dalle altre riviste del settore. Le canzoni all'interno dell'album sono sospese ed eteree, anche grazie alla splendida voce di Shanti, che dona ai brani grazia e trasporto verso la loro terra, immersa nella natura più incontaminata e verde. Paragoni simili si possono fare solo per il primo album degli Espers e Fern Knight. Una musica unica: un barlume di antichità mischiato con l'avanguardia sperimentale di oggi, il tutto con un coinvolgimento ancestrale. Le capacità e la loro musica entra in completa sintonia con la natura e con gli alberi, da cui hanno preso spunto per il loro nome.