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venerdì 26 marzo 2010

Intervista: Guido Moebius + Niobe - Pulse#109, SummerStudentFestival09 @ Giardini Mensa Piovego

Questa volta vi proponiamo due interviste, con riferimento alla prima giornata del Summer Student Festival 09...
Purtroppo manca l'estratto video, ma nella apertura del festival, non ci è riuscito di documentare la serata. Amen. Per quanto riguarda Niobe non mancheremo di recuperare nella sua imminente data padovana al Pixelle, Pulse#130.

SSF09 13.06.2009 Guido Moebius + Niobe

Il festival si apre con una line up teutonica doc: attacca Guido Moebius e chiude Yvonne Cornelius in arte Niobe. Lui ben lontano dallo stereotipo del musicista artefatto, con fare curioso si intrattiene a chiacchierare un po’ con chiunque gli vada a genio. Performance stimolante e la sua, anche per chi fosse completamente a digiuno di loop e sintetizzatori c’è stato di che divertirsi sia nell’ascoltare spensierati sia nel vedere proiettati dietro il procedere su e giù di piedi e pedali. Niobe molto più diva, dotata di un sorriso disarmante si aggira invece per il festival in una mise d’altri tempi degna di un film di Sergio Leone. Set incantevole e suggestivo con tanto di chiusura con una revisione onirica sul tema di Brasil.

Guido Moebius

Ti sei divertito? Che impressione hai del festival?

È un festival davvero molto carino, il tempo è fantastico e lo show è andato bene, è una bella serata.

Concordo, il pubblico era attentissimo e rapito dalle immagini della camera fissa sui tuoi piedi, anzi qual è la tua opinione in merito all’uso del video durante il set, lo trovi funzionale alla performance o semplicemente ti fa sentire meno solo sul palco?

Ho osservato che la maggior parte dei live in cui il laptop fa da protagonista sono noiosi, guardare un artista che guarda un computer ti da l’impressione di non sapere se stanno controllando la mail, facendo musica o se sta andando un cd e manca solo una tazza di tè. Per cui ho pensato che una camera che permetta di vedere quello che faccio sia il metodo migliore per permettere alla gente di seguire un mio set. Usando molti pedali la situazione è molto più dinamica e con il tempo ho scoperto tutti questi loop e da qui mi sono sbizzarrito sommandoli, scomponendoli, un po’ di tutto.

L’ultimo album Gebirge ha una direzione che va diritta verso il funk e la dancefloor, c’è tanto ritmo e bisogna dire che durante il live si sente come ti diverti a spingere i bassi il più possibile. Questo dice forse qualcosa su un tuo passato da dj?

Intendi come dj in un club? Si certo e lo faccio ancora adesso volentieri, attualmente non faccio musica da dancefloor, ma hai ragione, comparato agli altri due album ques

to è molto più carico e danzereccio, ci sono più suoni, bassi e cose simili.

Berlino è una città che affascina e persuade sempre più giovani artisti (e non) a spostarsi lì e a cercare fortuna, tu che ci vivi da anni cosa ne dici?

È una città grande, tantissima gente continua a trasferirsi perché è ancora economica, credo sia attualmente la capitale europea, ma forse addirittura nel mondo, in cui il costo della vita è più basso. Esistono un sacco di spazi per l’arte e la musica, gli affitti stanno salendo ovviamente ma la cosa bella, che è anche allo stesso tempo una cosa brutta, è che tutto ora è concentrato lì; perché è facile vivere e soprattutto pensare si mantenersi con i tour, le performance d’arte ecc. Cosa che ad esempio è del tutto impensabile a New York che è al contrario davvero troppo costosa. A me di Berlino ora piace in particolare tutta la scena noise che si è formata intorno a Neukölln, un quartiere in piena espansione artistica davvero vivace, di certo molto più interessante oltre che economico di Kreuzberg.

Hai mai suonato in una band?

Si facevo parte di una band; ero il cantante. Risale più o meno a 6 anni fa; ero a Colonia e il gruppo si chiamava Krank (significa malato) siamo andati avanti piuttosto a lungo non era male, poi però io mi sono trasferito a Berlino in un gruppo che si chiamava Blinker dove suonavo chitarra e le tastiere.

Da cosa cominci a comporre i tuoi pezzi? Parti da una linea vocale, da un rumore, dalla chitarra?

E’ sempre diverso, anche le cose che escono nel live sono molto diverse dall’album, anche perché non ci trovo nessun senso nel riportare esattamente quello che registro in studio in uno show mi risulterebbe anche troppo complicato. Comunque a volte è una linea melodica altre un suono, a volte altro; i pezzi cambiano radicalmente durante tutto il periodo di lavoro.

Ti va di raccontarmi un po’ dell’Autopilot music publishing?

È un’agenzia di pubblicità che ho creato io, mi sono occupato di artisti anche importanti come Vert, F.S. Blumm… Ad esser sincero attualmente è più che altro il lavoro che mi permette di guadagnare qualche soldo, anche perché suonare dal punto di vista economico è qualcosa più vicino ad un hobby. Poi fare il produttore musicale non mi dispiace, lo sono ormai da 10 anni.

Ti sei divertito a lavorare all’ultimo album di Vert?

Con Vert, oh beh si è stato divertente ma mi sono occupato in verità solo delle percussioni, di cantare qualche volta o muovere qualche sonaglio niente di più per ora .

So che ami suonare diversi strumenti, i suoni che usi per la tua musica sono quindi tutte registrazioni tue?

Si in parte li so suonare ma non tutti, ad esempio per il violino ho chiesto ad una cara amica che nell’album Gogol ha anche cantato e in un modo che io non avrei mai potuto né fare né immaginare. Lei è formidabile sia con la voce che con percussioni in generale.

L’ultimo album che hai ascoltato prima di venire qui?

Era ieri sera, ascoltavo Black to comm, il progetto drone noise di Daniel Richter un artista d’arte contemporanea molto interessante di Amburgo.




NIOBE

Che impressione hai avuto di questa prima serata del festival?

Ah, fantastico ottimo pubblico tutti molto attenti; da non crederci …

I tuoi show sono carismatici, in particolare la tua immagine sul palco sembra riproporre quella delle dive del passato. C’è una figura femminile nel cinema o nella musica che ti affascina o in cui ti rivedi?

Questo è una sorta di inconveniente che si presenta spesso. Adoro le gonne ed in generale gli abiti tradizionali, ma quando sono sul palco sono più che altro concentrata sulla mia voce. Il mio artista preferito in verità è William Kentridge , un uomo quindi, credo sia uno degli artisti più grandi del mondo, è lui la mia fonte di ispirazione. Ha lavorato per la biennale dove è considerato una superstar, è molto apprezzato per i suoi video e i suoi disegni. Penso spesso ai soggetti dei suoi film e talvolta cerco di comporre con la mia musica una sorta di colonna sonora a quelle immagini.

Blackbird’s Echo esalta il lato più soul della tua voce. Si tratta di una sorta di rottura con il sound glitch electro che ha fin qui caratterizzato tutti gli altri tuoi dischi. A cosa è dovuta la scelta di virare verso un suono molto più fisico e terrestre?

E’ stata un’idea della mia etichetta, sono venuti a sapere che New York la mia musica è molto apprezzata ed in particolare ad alcuni musicisti avrebbe fatto piacere lavorare con me. Quindi la Tomlab un giorno mi ha detto: ”ti abbiamo preso un volo per New York e andrai lì 5 settimane a lavorare in uno studio e loro suoneranno i tuoi pezzi”. Si tratta di musicisti eccezionali tra cui John Zorn e molti altri che lavorano spesso con lui. L’idea era appunto quella di completare l’album in modo che alcuni brani contenessero delle parti orchestrali o comunque di jam così li abbiamo riarrangiati. E’stata un’esperienza nuova lavorare in un’orchestra.

Di che cosa parlano le tue canzoni? C’è un tema ricorrente ?

I mondi paralleli. Le descrizioni di mondi di amore molto romantici e strani, sono tutti nella mia testa voglio precisare, non credo negli alieni o negli ufo, ma mi piacciono queste realtà parallele e il tentativo di entrare nel cuore delle persone e tirare fuori il lato sognatore ed emotivo.

Questa prima serata del festival ha visto la Germania protagonista, tu e Guido Möebius vi eravate mai incontrati prima?

Si ci conoscevamo già, ci siamo incontrati spesso a Berlino, lo apprezzo molto come artista.

Colonia la tua città e la Germania Ovest in generale ha dato i natali a band del calibro di Can, Kraftwerk, ti sei mai sentita affascinata da questa scena, magari anche prima di iniziare con la musica.

Colonia ha avuto un’influenza decisiva su di me. Io sono cresciuta a Francoforte a 200 km da Colonia, lì sei nel vivo dell’atmosfera atmosfera creativa e della scena culturale, anche a Dusseldorf soprattutto per la scena noise: i Neu, Stockhousen. Questa gente viene tutta da qui per cui un sacco di ottima musica e stimoli importanti.

Come è nata la collaborazione con Mouse on Mars ?

Eravamo amici, ma ci conoscevamo musicalmente non personalmente. Poi a loro è piaciuto molto un mio disco e mi hanno chiamata dicendomi che avevano assolutamente bisogno di me e così ne è uscito Radical Connector (2004 ndr). Tutto ciò mi ha certamente molto lusingato ed è stato motivo di crescita.

Abbiamo già detto che il tuo album è stato registrato a NY, da lì oggi escono nomi molto interessanti : Animal Collective, Black Dice, Dirty Projectors. Ti piacciono questi gruppi? E credi che il tuo album abbia assorbito qualcosa del “sound” attuale di NY?

Wow, stiamo parlando di band che io adoro. In particolare i Dirty Projectors li ho anche incontrati, sono inoltre una grande fan degli Animal Collective e attualmente ascolto spesso gli Hecuba sempre un duo newyorkese, ma non posso dire che il loro sound mi appartenga artisticamente, no non credo. Come dicevo l’artista che più mi rappresenta in questo momento è William Caridge.

Chi è la seconda voce in “Time is kindling?

Oh è David Grubbs, lui è davvero una star ed è simpaticissimo. Gli ho proposto di cantare insieme una canzone volevo che il tema fosse la telepatia e lui mi ha detto subito di si, dovevo dargli solo il tempo di scrivere il testo. Così ha scritto le parole e mi ha quasi sconvolto quanto si adattasse perfettamente alla musica che avevo composto io. Si è trattato di vera e propria telepatia.

Cosa stai ascoltando ultimamente?

Yma Sumac. Poi ho ascoltato per la prima volta nella mia vita West Side Story su disco, non il film. Se vedi il film West Side Story ti viene da storcere il naso, tutta questa gente che balla e canta... non l’ho mai sopportato, il film. Poi ho sentito West Side Story by Leonard Bernstein; oh mio dio è pura ispirazione e assolutamente moderno, questo disco di Leonard Bernstein è semplicemente incredibile.

Interviste a cura di: Daniela Cia


mercoledì 3 marzo 2010

Estratto video + Intervista: Carla Bozulich 's Evangelista - pulse#105 @ Stalker Reloaded

Pensavate che i video e le interviste fossero finiti? Abbiamo sempre con noi videocamera e registratori vocali per mostrarvi cosa vi siete persi o cosa avete avuto la fortuna di vedere!
Questa volta vi offriamo

video+intervista
PULSE#105 - CARLA BOZULICH'S EVANGELISTA

il brano è:
Crack Teeth
tratto da:
Prince of truth (Constellation, 2006)



Padova, Stalker Reloaded 24/01/2009


La sua è una storia complicata, fatta di estremi e già ricca di collaborazioni nell’underground musicale americano sul finire degli anni '80. Questa sera è qui con il nuovo progetto Evangelista per presentare il suo ultimo Hello Voyager.

Come sta andando il tour?

Carla: Sta andando molto bene, ci stiamo divertendo. Alcuni concerti sono stati delle belle esperienze, Roma ad esempio è fantastica, la gente è positiva e devo dire che è piacevole soprattutto quando sei di cattivo umore...

Ti senti sempre a tuo agio con la figura di donna drammaticamente tormentata con cui vieni dipinta? Hai mai l’esigenza di venire presa meno sul serio a prescindere dal tuo passato?

Carla:

A dire il vero tutta la mia vita di tutti i giorni è colma di risate e gioia, soprattutto tra me e Tara Barnes, la bassista, è addirittura difficile starci dietro perché ridiamo continuamente. Ad ogni modo sono consapevole che anche quando sono triste o arrabbiata sia ok, è la mia vita, è il mio modo di essere, in fondo sono felice la maggior parte del tempo. E’ fondamentale essere sè stessi e non cercare di apparire forzatamente diversi. Comunque no, non mi preoccupo dell’ascoltatore, non mi interessa fare musica leggera, non fa per me anche se poi mi piace ascoltarla. C’è una band ad esempio, i Celebration : sono americani e la cantante è incredibile, è buona musica ma non è il genere di messaggio che posso dare io. Lei è incredibile, è puro divertimento! C’è un sacco di musica come questa che mi piace, ma la mia più grande soddisfazione è comunicare scavando dentro di me tirando fuori le cose e portando le persone magari anche a riflettere.

Come ti senti nei confronti di tutte le donne che si riconoscono nei tuoi pezzi e che attraverso la tua storia sentono dare voce alle loro esperienze di violenza? Non è una responsabilità a volte fin troppo grande?

Carla:

E’ una domanda interessante. Io non credo si tratti solo di donne comunque, è per chiunque voglia ascoltare col cuore, è ciò che accade con la musica in generale: c’è una forza e una potenza che ciascuno può prendere e custodire per rendersi più forte in una qualsiasi situazione complicata, in particolare diventa utile se le si affronta insieme attraverso la musica. So che suona banale ma lo penso davvero. A volte è importante essere arrabbiati e tirar fuori tutto per essere in grado di esprimere le cose che non riusciamo a dire, perché tendiamo a controllarci e ad agire come persone “normali”, ma io non credo esista la condizione di “normale”, è un mito. Quello che mi sento di suggerire è di allontanarsi da questo modo di pensare così costruito.

Sei stata anche definita madrina dell’alt country, ma nel tuo percorso hai attraversato generi molto diversi. Mahler, George Jones, Patty Smith hanno mutato la tua visione della musica negli anni. Vuoi parlarmi un po’ di questi tuoi cambiamenti continui?

Carla:

Per me la musica country è un genere fantastico, mi è sempre piaciuto molto cantarlo, ma ancora più che l’alt country mi piace il country tradizionale, l’old style country. Nella mia band precedente, i Geraldine Fibbers, si può notare la differenza: se ascolti i pezzi il mixaggio è quasi assente, suonano country appunto; certo poi c’è del noise, rock o altra musica, ma questi sono i riferimenti di genere.

Ciò che preferisco per quanto riguarda il coutry è cantare vecchie canzoni di George Jones. Devo ammettere di relazionarmi meglio con pezzi maschili, se devo cantare delle cover: li sento molto più miei. Comunque, considerando i vari generi, mi sono appassionata a tanti tipi di musica: amo suonare e scrivere cose diverse. Ciò da una parte non ha fatto troppo bene alla mia carriera musicale, ma è stato ottimo per il mio sound. A volte è controproducente perché ho realizzato album che sono piaciuti ad alcuni fan e poi magari un altro disco in cui gli stessi non trovano più quel tipo di suono. Certo non succede sempre, ma a volte capita che qualcuno si allontani.

Il tuo percorso musicale è ricco di personalità molto forti. Cosa ti ha lasciato l’esperienza al fianco di Lydia Lunch o Mike Watt? O se preferisci raccontami delle esperienze passate con Neon Veins, Invisible Chains e Ethyl Meatpow.

Carla:

Uh Lydia Lunch è favolosa, bellissima, è un mostro di poesia: lei dice la verità, la sua verità, per me molto vicina alla perfezione. E’ controversa, esprime cose nelle quali credo e di cui io ho ancora difficoltà a parlare perché non voglio urtare nessuno, ma per lei è molto più importante parlare delle cose. Non lo fa per essere aggressiva, nella realtà è dolcissima e la ritengo la persona più carismatica che io abbia mai incontrato; davvero consiglio di andare a vederla perché è incredibile. Tutti quelli che assistono ad un suo show poi sentano l’esigenza di incontrarla perché è un personaggio unico. Ad esempio, lei sostiene che avere figli ora è la cosa peggiore che si possa fare, sia per il mondo che per il bambino stesso. E’ una posizione interessante e per la mia esperienza anche condivisibile; io ho scelto di non avere figli, più probabilmente ne adotterò uno anche se la maggior parte delle persone ne vogliono uno proprio. Ad ogni modo questo era solo un esempio per darti un’idea di Lydia.

Mike Watt… per me è il miglior simbolo del punk rock tra tutti quelli che ho conosciuto. Ho interiorizzato la maggior parte dei miei principi non solo da lui ma da tutta la band i Minutemen, sono cresciuta nella loro stessa città: San Pedro. Mike Watt è un uomo fantastico e incredibilmente affascinante, è un grande appassionato di Storia, non solo recente: ha fatto degli studi approfonditi e credo potrebbe senza problemi insegnare. E' un pozzo di sapere tutte le volte che ci parli e poi è più vecchio di me, ma è incontenibile: va pazzo per il kayack! Lo fa ogni giorno nella baia di San Pedro, dove ci sono delle cascate potentissime. E tutte le mattine alle 6 di mattina lui è lì se qualcuno fosse interessato ad incontrarlo… (risate).

Questo è Mike Watt, formidabile!

Quanto è importante l’improvvisazione in Hello Voyager ? Ti va di confrontarlo ad Evangelista?

Carla:

L’improvvisazione per me è molto importante perché spesso mi annoio, da qui la mia tendenza a spaziare tra vari generi. Improvvisare è eccitante perché puoi anche fallire, ovviamente succede che non suoni bene… diciamo che c’è la giusta dose di rischio, quel pizzico di pericolo che fa sembrare tutto più eccitante. Allo stesso tempo è fantastico quando riesce: se improvviso qualcosa e viene bene è un grande traguardo, un completamento.

Cosa mi dici della copertina di Hello Voyager? Hanno un qualche significato particolare quei gatti disegnati?

Carla:

Mmm non so se sono veramente gatti..Lo sono per te?

Credo sia l’idea che più si avvicina. Cosa sono?

Carla:

Beh sono gatti.. (risate).

E’ un lavoro di Nadia Moss, una bravissima pittrice di Montreal: ha fatto le copertine dei due dischi oltre che suonare l’organo in entrambi. E’ una donna molto profonda e simpatica. E' buffo perché i suoi lavori appaiono così seri, e lo sono sicuramente, non sto minimizzando, ma credo che lo humor sia una componente altrettanto importante.

Comunque, non so se siano realmente gatti, probabilmente dovrei chiederglielo la prossima volta. Di certo ha disegnato tante piccole creature. Non so cosa significhino esattamente, ma so che vogliono comunicare qualcosa ai tuoi occhi quando li guardi. Non li trovi carini? Vogliono comunicare qualcosa riguardo all’essere strani, complessi…

Ai miei occhi sono una via di mezzo tra esseri umani e animali…

Carla:

Sì, è esattamente questo, ed è quello che sono io: donna e animale. Secondo me il miglior modo di sentirsi.

Il progetto Evangelista comprende tanti altri musicisti appartenenti tutti all’etichetta canadese Constellation. Questo è il secondo per loro, come ti stai trovando?

Carla:

E’ bellissimo, l’Hotel2tango studio è fantastico ed Efrim Menuck è ovviamente il tecnico del suono. Ora torneremo lì per registrare a febbraio anche il terzo album con Evangelista e lui ci seguirà di nuovo. Efrim produce molta musica, ma c’è di più, a lui non piace neanche essere definito produttore per cui non saprei come chiamarlo. Le sue idee sul nostro lavoro ci hanno fatto riflettere su diversi punti ed è stato importante perché i suoni uscissero nel modo giusto.

Comunque sì, registrare a Montreal è stato molto importante per Evangelista. Non so spiegarti esattamente il motivo, ma è parte del disco ed è buffo perché quando abbiamo registrato il primo album era inverno e faceva un freddo spaventoso, qualcosa come 14 gradi sotto lo zero ed era pericolosissimo addirittura stare 2 o 3 minuti fuori all’aperto. Credo questo abbia molto influito sull’album, si percepisce una certa intensità. Se ci fosse stato più caldo probabilmente non sarebbe uscita. Mi piace molto lì: ne guadagna la musica, adoro le persone, ci sono artisti, grandi musicisti e se giri per le strade sei travolto dalla loro creatività, ci sono poster che spiccano come opere d’arte, flyer, adesivi, musica. E' una città estremamente stimolante.

Beh, a tal proposito anche l’Italia mi pare di intuire ti sia di grande ispirazione…

Carla:

Mi piacciono la Spagna, il Portogallo: la parte sud ovest dell’Europa è quella che preferisco. In Italia mi sono sentita a mio agio, fin dalla prima volta che sono venuta qui e non parlavo una parola di italiano. L’esatta sensazione che ho provato scesa dall’aereo è stata:” I’m home”. Mi piacciono le persone e mi diverto sempre un sacco, sarà per il cibo e per il vostro modo di fare. Amo l’Italia.

E per di più questa sera ti vedremo suonare insieme ai Father Murphy, una band italiana che hai caldamente richiesto insieme a te stasera.

Carla:

Abbiamo suonato parecchio con i Father Murphy, anche negli Stati Uniti. E' un gruppo che mi piace moltissimo, adoro Federico, spero capiti sempre più spesso di suonare insieme, è una bella emozione.

Abbiamo fatto quattro concerti credo un anno o un anno e mezzo fa, non ricordo bene. Ho avuto subito la sensazione che fossero molto forti e interessanti, fanno veramente dei bei pezzi ed è un piacere vederli lavorare… così precisi, poi si stimano tutti molto l’un l’altro. C’è una bella atmosfera.

Per concludere, cosa stai ascoltando volentieri in questo periodo?

Carla:

Ieri sera ho ascoltato Billie Holiday. E' la prima volta dopo 10 anni. La adoro. E' buffo che io abbia fatto passare così tanto tempo; ad ogni modo ho pensato che fosse il caso di riascoltarla. Hai presente quando smetti di ascoltare qualcosa per un po’ di tempo e poi la riscopri ed è ancora più bello? Ci sono alcuni gruppi di Los Angeles che mi piacciono veramente molto: i Gaunt, ci ho suonato non tanto tempo fa, era lo stesso tour con Father Murphy, ma ora stanno facendo uscire un album nuovo per cui… Poi c’è un altro gruppo che si chiama Miss Cincinnati, sono in tre e suonano solo canti da marinaio; c’è in particolare la ragazza con cui ho suonato a lungo, Jessica, e suona il violoncello, mentre il suo ragazzo Jeremy suona la chitarra, fanno una sorta di musica sperimentale: prendono questi canti da marinaio e li impreziosiscono di atmosfere, una sorta di ambient ricca di suoni astratti. Danno realmente vita ai pezzi anche visivamente: questa é la loro caratteristica maggiore. Infine ascolto molto Nels Cline, uno dei migliori musicisti con cui io abbia mai collaborato , da poco è uscito un suo album dal titolo Coward che mi piace molto.

Intervista a cura di Daniela Cia

Riprese: Giulia Tirelli
Montaggio: Giulia Tirelli e Sergio Pigozzi
Videro realizzato in collaborazione con Punto Video Toselli


venerdì 27 marzo 2009

Estratto video + Intervista: Sylvain Chauveau - pulse#104 @ Teatro Ruzante




Introduciamo con questo una nuova tipologia di post, retroattivi diciamo. Ove possibile comprenderanno estratti video di alcuni degli eventi passati, interviste ed eventuali report.
Buone cose!



Si parte con Sylvain Chauveau, pulse#104 - teatro Ruzante Padova 12.12.2008
Il brano eseguito nel video è:
La Lettre Qu'il N'Envoya Jamais,
tratto da

Un Autre Decembre ( Fat Cat, 2003 )









Intervista

La tua musica ha radici profonde che derivano dalla classica: Debussy, Ravel e Satie, ma anche nella “musique concrète” o nella scuola elettro-acustica di Pier Henry e Luc Ferrari. Allo stesso tempo ti fa piacere se il tuo suono viene qualificato come post rock. Mi dai una mano a mettere in ordine le idee?

Si ci sono un sacco di riferimenti a tutti gli artisti che hai citato, ma io provengo dal rock, questo è il tipo di musica con cui ho iniziato quando ho cominciato a suonare, in verità molto tardi a 19/20 anni. Comunque dopo essermi cimentato a cantare e a suonare la chitarra ho voluto sperimentare dell’altro perché volevo smettere di ripetere le stesse cose dei gruppi inglesi o americani che mi piacevano. Allora mi sono detto, il massimo che posso dare in quest’ambito è esattamente quello che sto facendo, perciò devo trovare qualcosa di diverso.

‘Ok sono francese, ho questo accento francese ed ho anche un altro background culturale da cui posso tirar fuori qualche idea’. Questo è il motivo per cui ho guardato alla musica del mio paese, e mi sono chiesto cos’è la musica francese? Mi sono venuti in mente questi nomi, famosi compositori di musica classica come Debussy, Ravel, Satie, Fouret. Ho pensato che potevo prendere gli strumenti che loro usano, come piano e archi, e magari potevo fare qualcosa mescolando questi al rock. Per cui si, credo che la mia musica sia rock, ma sono l’unico a saperlo perché in verità non suona come tale, bensì molto tranquilla, musica da camera. Se però ascolti attentamente si tratta di strutture che derivano dal rock, melodie semplici, ripetizioni …

Quindi ciò che è fondamentale per te è l’attitudine?

Non intendo esattamente questo, quello che è veramente importante per me è la musica, ma dovevo trovare qualcosa di diverso, un’idea. Per me è un modo per inventare qualcosa, ovviamente non si tratta di musica nuova, in verità è musica di un altro secolo addirittura, ma il modo in cui la compongo deriva dal rock, la filosofia del “do-it-yourself”, del punk rock, ecco per me si può parlare di punk rock!

“Down to the bone” è un album di musica da camera in cui rifai dei pezzi dei Depeche Mode. Hai ricevuto qualche commento da parte di Dave Gahan?

Dave Gahan, non ha mai ascoltato l’album, e nessun’altro della band l’ha fatto. Lo so per certo perché ho incontrato Daniel Miller il boss della Mute Records, a cui qualcuno aveva dato il mio disco e lui l’aveva ascoltato, così quando abbiamo avuto occasione di parlarne mi disse che gli era piaciuto molto. Mi confidò però anche che nessuno della band l’aveva voluto ascoltare e ho capito che questa era l’ultima cosa al mondo che avrebbero voluto, perché ci sono così tante cover dei Depeche Mode che spuntano ogni settimana in tutto il mondo, ed è pazzesco perché loro stanno suonando ancora queste canzoni da 25 anni, per cui quando tornano a casa non hanno nessuna voglia di ascoltare altri album che rifanno i loro pezzi.

Ti sei divertito però a fare quell’album?

Beh posso dire che ora è molto divertente eseguire questi pezzi live, mi piace suonarle di fronte ad un pubblico, cantare con lo stream player e il piano, questo è molto bello. Ma lavorare sul disco e registrarlo è stato veramente pesante, un incubo.

Mi ci sono voluti 8 anni, tempo per trovare gli strumenti adatti, gli arrangiamenti migliori, dei buoni musicisti, l’etichetta e ovviamente i soldi per registrarlo. Per cui è stato un lavoro terribilmente lungo. Inoltre è difficile cantare in studio, perché devi essere perfetto per registrare, ho impiegato ore e ore sempre sulla stessa canzone. E’ stato pesante, ma quando sono davanti ad un pubblico mi lascio andare e cerco solo di divertirmi anch’io.

Il tuo ultimo album “Nuage” raccoglie due colonne sonore che hai creato per il cinema. Me ne parli un po’? Ad esempio, hai visto il film prima di iniziare a comporre?

Si Nuage era la colonna sonora per un film dal medesimo titolo il cui regista è il francese Sebastien Betbeder. Ho lavorato con lui per tutto il tempo, ho creato la musica per quasi tutti i suoi film per cui conosco molto bene i suoi lavori e lui la mia musica. Il lavoro sulle musiche è cominciato prima che il film cominciasse ad essere girato, abbiamo prima chiarito l’ambientazione e poi insieme ci abbiamo lavorato da subito.

C’è addirittura una scena in cui io compaio e suono la chitarra in un live …

E com’è andata?

Mah, per me è stato terribile e credo che siano state eliminate molte parti delle riprese perché erano veramente pessime, io non dovevo dire assolutamente nulla, ma anche solo il modo di guardare in camera era tremendo, credevo di non farcela mai. Comunque abbiamo lavorato molto bene insieme anche perché il regista ,Sebastien, è appassionato di musica e sa bene quello che vuole e ciò che invece non gli piace, per cui è stato un procedere fianco a fianco sulla musica e spero che questa collaborazione prosegua ancora nel tempo.

Quando sei arrivato alla Fat Cat? E ti va di raccontarmi della terribile esperienza alla DSA?

Sono arrivato alla Fat Cat, semplicemente mandando loro una demo come chiunque altro, è stato tanto tempo fa, avevo appena fatto un album e l’etichetta non mi stava pagando, purtroppo questa è una storia che capita spesso, così mi guardavo intorno per cercarne una nuova per il secondo album.

Ho contattato credo 10 etichette ma Fat Cat mi rispose dopo circa 3 mesi dicendomi che per loro era ok e che erano favorevoli a realizzare un disco insieme. Ad ogni modo prima di loro io ero ancora registrato su un’altra etichetta, la DSA, e l’ultimo mio album stava per uscire lì, allora resi subito chiaro il fatto che nonostante ciò io volevo registrare ugualmente un album per Fat Cat.

Mi decisi a fare una sorta di Ep dal titolo “Un Autre Décembre” che uscì nel 2003, restando comunque ancora sotto contratto anche con DSA, io ho pensato ‘bene è una buona etichetta’, in realtà dopo pochi anni hanno smesso di pagarmi e quando uscì quell’album di cover dei Depeche Mode che vendette 9.000 o 10.000 copie, io non vidi un soldo e nemmeno ci conto più. Mi hanno dato 200 euro da poco, ma non c’è niente da fare è incredibile.

Ma si trattava di un’etichetta giovane? Non che questo giustifichi tale comportamento, ma magari può essere significativo in termini di serietà e affidabilità …

No, l’etichetta non era giovane, la DSA ha più di 25 anni … ho realizzato poi che avrebbero fatto lo stesso con chiunque altro. A meno che tu non lo sappia da prima. E’ pazzesco, non immagini il numero di case discografiche che non pagano i loro artisti, sono tante, anche le più grandi. Ho conosciuto molti musicisti che escono per loro e che mi hanno detto, sanno perfettamente che non verranno mai pagati per le vendite … per cui ‘benvenuto nel club mi dico’ …

Hai mai sentito parlare della youtube orchestra? Un’orchestra i cui musicisti vengono reclutati da tutto il mondo solamente attraverso dei video su youtube. Cosa ne pensi?

Sono molto attratto da youtube, ma non sapevo nulla di questa storia, anzi grazie, wow potrebbero anche creare una sorta di orchestra di persone che suonano in luoghi separati e allo stesso tempo puoi sentire ciascuno suonare in modo indipendente. Mi piace certa musica che trovo su youtube, a volte ci sono delle cose incredibili, ad esempio hai mai sentito di questo tizio Jerry Philips, lui crea musica solamente con le mani facendo pressione l’un l’altra. Ma ce ne sono moltissimi altri sul genere che mi fanno impazzire.

Io ho in mente ora di un tizio, tale monssieur trompette che suona qualsiasi melodia attraverso i claxon che ha appesi su tutto il corpo …

Si si l’ho visto incredibile, è una sorta di virtuoso del claxon … un’altra cosa che mi lascia sempre a bocca aperta sono le “rap battles” , in cui rapper si sfidano improvvisando e il pubblico sceglie applaudendo il preferito. So che ora si sfidano anche attraverso i video su youtube. Anch’io vorrei partecipare una volta, mi piacerebbe davvero! Appena arrivo a casa me ne guardo uno!



Intervista a cura di Daniela Cia (RADIO BUE)

Riprese e montaggio del clip di Giulia Tirelli
Video realizzato in collaborazione con Laboratorio Punto Video Toselli/Punto Giovani