mercoledì 14 aprile 2010

Pulse#133: James Irwin (CAN), Ve 16 Apr @ La Mela di Newton, PD

A.S.U. in collaborazione con la Mela di Newton presenta:
Pulse#133:

James Irwin [from My People Sleeping - Montreal (CAN)] james irwin
[ Folk / Punk / Visual ] http://www.myspace.com/mamatschimusic
http://littlebang.ca/
http://www.myspace.com/mypeoplesleeping


Venerdì 16 Aprile, h.21 @ Circ. Arci La Mela di Newton
Via della Paglia, 2 - Padova

ames Irwin di Montreal, Canada, giovanissimo membro della band My People Sleeping sarà in tour solista in Italia dall'11 al 25 aprile 2010 per promuovere il suo album solista "Blue Dust", in uscita.
James Irwin è un musicista, compositore e scrittore di Montreal, Canada. E' un cantautore e co-fondatore della band My people Sleeping, che ha pubblicato il suo primo album, "Feye", nel dicembre 2009 e un EP nel gennaio 2008. Pubblicherà un album questo giugno intitolato Blue Dust che ha scritto negli ultimi 7 anni e registrato questo inverno a Montreal. James è co-fondatore di Little Bang Creations, un mix di danza, musica e arti visive e ha collaborato con artisti come Lhasa de Sela, Plants&Animals e Katie Morre. Sta lavorando a un libro di poesie e uno di racconti. Si trova a suo agio da solo sul palco, dopo un whiskey, con un maglione rosso, e il viso appena rasato. Canta in modo triste, e parla con humor.



di seguito una recensione in italiano su Feye, il disco della band di James Irwin, My People Sleeping

My People Sleeping - Feye

Torniamo a parlare di scena locale dopo un po' di pausa. Montreal continua a muoversi, altroché, anche se chi scrive vorrebbe dedicarci più tempo e uno spazio maggiore delle due colonne mensili su Rumore. Questi, per esempio, me li son persi per strada e cerco di recuperarli adesso. Anche perché meritano davvero. Hanno pubblicato questo album d'esordio - Feye - alla fine di dicembre ed è una delle cose migliori che ho sentito ultimamente in città. Un pop rock grandioso e magniloquente, dove le parti strumentali non sono un semplice accompagnamento dei cantati ma, spesso e volentieri, diventano l'elemento portante dei brani, assumendo i contorni e un allure da colonna sonora.

Sarà che ci ha messo lo zampino David Bryant dei GodSpeedYou Black Emperor, chissà. E a proposito di inaggirabili riferimenti, va fatto anche il nome degli Arcade Fire con cui i giovani hanno innegabilmente un'affinità. Anche perché usano le voci in maniera simile e si presentano con due cantanti: James Irwin e Ruby Kato Attwood (la voce di lei in particolare raggiunge vette ragguardevoli).

In ogni caso i ragazzi ci sanno fare. Dategli un ascolto. Qui trovate lo stream di un pezzo tratto dall'album (con la loro autorizzazione, di cui li ringrazio), ma se andate sul loro myspace ne trovate anche altri più lunghi e sfiziosi.

http://soundverite.splinder.com/post/22323842/My+People+Sleeping+-+Feye



domenica 11 aprile 2010

pulse#131: HRSTA (Constellation, CAN) @ Pixelle, Padova

A.S.U. in collaborazione con Pixelle presenta:

Pulse#131:

HRSTA
(Can / Constellation)










http://cstrecords.com/bands/hrsta
http://www.myspace.com/hrstamusic


domenica 11 aprile 2010 alle ore 21.30
circolo arci Pixelle


Mike Moya (co-fondatore Godspeed You! Black Emperor)
Brooke Crouser (già con Jackie-O-Motherfucker) Lisa Gamble (già con Carla Bozulich's Evangelista) Nick Keupfer "Hrsta harnesses traditional and otherworldly sound as Moya sings lyrics cribbed from lost faerie tales in a voice that recalls a more blissed-out Daniel Johnson or a less blissed-out Wayne Coyne. Moya's electric guitar work is unique and recognizable to many from the early Godspeed records - a haunted, reverb-drenched, oscillating siren-sound, guided by a focused and soaring melodic sense" "Obbietteranno in molti: Canada? Post-rock? Eh sì, ci risiamo. Ora si potrebbe benissimo chiudere la recensione con un bel cinque, magari anche regalato, alla solita (noiosissima) parentesi Constellation. E invece no. Perché l'etichetta che ha sfornato i migliori lavori degli ultimi anni non si smentisce. Il nuovo disco degli Hrsta, giunti ormai alla terza prova... colpisce dritto dritto al cuore. A dieci anni dalla fondazione, la Constellation sembra aver aperto una nuova fase nella sua storia... Non più, o quantomeno non solo, catartiche discese nell'inferno a colpi di viole e chitarre, ma uno spirito cantautorale, vagamente acerbo (ma non va considerato un difetto) e noir, che pervade le consuete strutture musicali. Se dunque di nuova vita si tratta gli Hrsta ne incarnano alla perfezione le linee guida... Non ci si lasci ingannare dalla definizione "post-rock", perché le strutture qui si alternano in un continuo gioco di rimandi. Malinconiche atmosfere come solo Matt Elliott sa fare, accenni tzigani à-la Silver Mt.Zion, roboanti sfuriate (poche, in verità) che si aprono verso orizzonti noise. Il tutto, però, è assemblato con una mirabile semplicità di fondo, una coesione che mai si era riscontrata nei loro precedenti lavori. Le note (in odor di Dirty Three) dilagano nell'introduttiva "Entre la mer et l'eau douce". A seguire, le partiture quasi sussurrate di "Haunted Pluckley", di morriconiana memoria, e l'incantevole "The Orhcard". Se, dunque, nella prima parte del disco emerge il lato cantautorale e malinconico, del gruppo, nelle ultime due tracce Moya costruisce wall of sound sublimi, di una potenza distruttiva. Alla temuta terza prova, gli Hrsta non solo non falliscono l'obiettivo, ma rinnovano con una ventata di novità la loro discografia. Nove tracce appassionate, da vivere in costante trasporto emotivo" (7.5, Alberto Asquini, Ondarock) http://www.ondarock.it/recensioni/2007_hrsta.htm







domenica 28 marzo 2010

pulse#130: NIOBE (Tomlab, DE) + Petrina (djset!) Domenica 28/03/2010 @ Pixelle

A.S.U. in collaborazione con Pixelle presenta:

Pulse#130:

NIOBE (Tomlab, DE)
niobe with flowers
http://www.myspace.com/niobeniobe
Selezione musicale pre e post concerto a cura di PETRINA http://www.myspace.com/deborapetrina
Domenica 28 Marzo h.22
@ Circolo Arci Pixelle, Via Turazza 19/4 - Padova


Dopo l'apparizione mattutina al South by Southwest (SXSW), la deliziosa ed intrigante Niobe si addentra longitudinalmente in Italia con una manciata di date, al che non abbiamo resistito all'opportunità di riproporvela nella dimensione che riteniamo a lei molto adatta, quella del piccolo club.

Per l'occasione è in arrivo l'intervista realizzata in occasione della sua esibizione in apertura al SSF09, insieme a quella rilasciata dal suo connazionale e collega per quella sera, l'eccezionale Guido Moebius.
Sotto trovate solo la parte relativa a Niobe, sul post di competenza invece trovate entrambe le interviste, quindi passate a leggervi anche quella di Guido Moebius, qui.

Prima di lasciarvi al materiale preconfezionato (mica nell'accezione negativa del pane da toast del supermarket, eh... solo nel senso di precedentemente preparato da prodi recensori), un ringraziamento a Petrina che si è resa disponibile per questo esperimento che la vede nelle inedite vesti di selecter dietro ai cdj del Pixelle.

partiamo con la scheda redatta da Enver in occasione del SSF09: "Yvonne come Yma (Sumac), Cornelius nel nome del compositore giapponese. Niobe e l'etichetta Tomlab stanno come un millepiedi in cento scarpe: indietronica anni Zero, vocalismi lounge-jazz sulla soglia dell'età pensionabile, equilibrio tra vuoto e pieno, leggerezza tropicale. Una linea sottile unisce "Voodooluba" e "White hats" all'album più recente, "Blackbird's echo", uscito a maggio e che vede tra i produttori dj Olive e David Grubbs: interessante sarà osservare come nell'era della piena riproducibilità tecnica la tedesca di Colonia tradurrà sul palco tanto minimalismo elettro-acus(ma)tico, così fragile, così fascinoso, faraway/so close..."

per continuare con l'intervista, sempre al SSF09, di cui si parlava poco sopra, a cura di Daniela Cia

Che impressione hai avuto di questa prima serata del festival?
Ah, fantastico ottimo pubblico tutti molto attenti; da non crederci ...
I tuoi show sono carismatici, in particolare la tua immagine sul palco sembra riproporre quella delle dive del passato. C'è una figura femminile nel cinema o nella musica che ti affascina o in cui ti rivedi?
Questo è una sorta di inconveniente che si presenta spesso. Adoro le gonne ed in generale gli abiti tradizionali, ma quando sono sul palco sono più che altro concentrata sulla mia voce. Il mio artista preferito in verità è William Kentridge , un uomo quindi, credo sia uno degli artisti più grandi del mondo, è lui la mia fonte di ispirazione. Ha lavorato per la biennale dove è considerato una superstar, è molto apprezzato per i suoi video e i suoi disegni. Penso spesso ai soggetti dei suoi film e talvolta cerco di comporre con la mia musica una sorta di colonna sonora a quelle immagini.

Blackbird's Echo esalta il lato più soul della tua voce. Si tratta di una sorta di rottura con il sound glitch electro che ha fin qui caratterizzato tutti gli altri tuoi dischi. A cosa è dovuta la scelta di virare verso un suono molto più fisico e terrestre?
E' stata un'idea della mia etichetta, sono venuti a sapere che New York la mia musica è molto apprezzata ed in particolare ad alcuni musicisti avrebbe fatto piacere lavorare con me. Quindi la Tomlab un giorno mi ha detto: "ti abbiamo preso un volo per New York e andrai lì 5 settimane a lavorare in uno studio e loro suoneranno i tuoi pezzi". Si tratta di musicisti eccezionali tra cui John Zorn e molti altri che lavorano spesso con lui. L'idea era appunto quella di completare l'album in modo che alcuni brani contenessero delle parti orchestrali o comunque di jam così li abbiamo riarrangiati. E'stata un'esperienza nuova lavorare in un'orchestra.

Di che cosa parlano le tue canzoni? C'è un tema ricorrente ?

I mondi paralleli. Le descrizioni di mondi di amore molto romantici e strani, sono tutti nella mia testa voglio precisare, non credo negli alieni o negli ufo, ma mi piacciono queste realtà parallele e il tentativo di entrare nel cuore delle persone e tirare fuori il lato sognatore ed emotivo.
Questa prima serata del festival ha visto la Germania protagonista, tu e Guido Moebius vi eravate mai incontrati prima?

Si ci conoscevamo già, ci siamo incontrati spesso a Berlino, lo apprezzo molto come artista.
Colonia la tua città e la Germania Ovest in generale ha dato i natali a band del calibro di Can, Kraftwerk, ti sei mai sentita affascinata da questa scena, magari anche prima di iniziare con la musica?
Colonia ha avuto un'influenza decisiva su di me. Io sono cresciuta a Francoforte a 200 km da Colonia, lì sei nel vivo dell'atmosfera atmosfera creativa e della scena culturale, anche a Dusseldorf soprattutto per la scena noise: i Neu, Stockhousen. Questa gente viene tutta da qui per cui un sacco di ottima musica e stimoli importanti.
Come è nata la collaborazione con Mouse on Mars ?

Eravamo amici, ma ci conoscevamo musicalmente non personalmente. Poi a loro è piaciuto molto un mio disco e mi hanno chiamata dicendomi che avevano assolutamente bisogno di me e così ne è uscito Radical Connector (2004 ndr). Tutto ciò mi ha certamente molto lusingato ed è stato motivo di crescita.
Abbiamo già detto che il tuo album è stato registrato a NY, da lì oggi escono nomi molto interessanti : Animal Collective, Black Dice, Dirty Projectors. Ti piacciono questi gruppi? E credi che il tuo album abbia assorbito qualcosa del "sound" attuale di NY?
Wow, stiamo parlando di band che io adoro. In particolare i Dirty Projectors li ho anche incontrati, sono inoltre una grande fan degli Animal Collective e attualmente ascolto spesso gli Hecuba sempre un duo newyorkese, ma non posso dire che il loro sound mi appartenga artisticamente, no non credo. Come dicevo l'artista che più mi rappresenta in questo momento è William Caridge.

Chi è la seconda voce in "Time is kindling"?

Oh è David Grubbs, lui è davvero una star ed è simpaticissimo. Gli ho proposto di cantare insieme una canzone volevo che il tema fosse la telepatia e lui mi ha detto subito di si, dovevo dargli solo il tempo di scrivere il testo. Così ha scritto le parole e mi ha quasi sconvolto quanto si adattasse perfettamente alla musica che avevo composto io. Si è trattato di vera e propria telepatia.

Cosa stai ascoltando ultimamente?

Yma Sumac. Poi ho ascoltato per la prima volta nella mia vita West Side Story su disco, non il film. Se vedi il film West Side Story ti viene da storcere il naso, tutta questa gente che balla e canta... non l'ho mai sopportato, il film. Poi ho sentito West Side Story by Leonard Bernstein; oh mio dio è pura ispirazione e assolutamente moderno, questo disco di Leonard Bernstein è semplicemente incredibile.


e per finire una dettagliata presentazione dell'artista Niobe e del suo recente Blackbird's Echo a cura della sua agenzia.

La musica multi-sfaccettata di Niobe gioca con la contrapposizione tra la sua voce calda e quasi dark e i suoni manipolati, talvolta irriconoscibili. Gli effetti elettronici estendono e piegano i suoni degli strumenti acustici, i ritmi minimal accompagnano le strutture frastagliate, piccoli fendenti formano continuamente nuovi e fantastici immagini puzzle. Le composizioni di Niobe diventano vive con le loro interruzioni e i cambi inaspettati, senza però chiedere mai troppo agli ascoltatori. Niobe combina volutamente frammenti provenienti da diversi generi ed epoche musicali: i motivi del piano rhodes richiamano la musica jazz, un brano al piano conduce alla musica classica moderna, un riff alla chitarra o al basso evoca un feeling blues. In mezzo troviamo disturbi elettronici e suoni spaziali, battiti elettronici minimal e astrazioni programmate. Per passare dal drum&bass all'esotica, Niobe ha bisogno solo di un paio di battute: a volte i suoi pezzi sono come perfide decostruzioni, come sottili dissezioni create usando un bisturi molto tagliente. Il suo quinto album Blackbird's Echo è stato registrato a New York. Aki Onda, che è stato coinvolto come produttore d'onore, ha messo insieme una gruppetto di bravissimi musicisti di New York che provengono da background musicali molto diversi e hanno apportato una vasta gamma di elementi all'album. Tutti i musicisti che hanno dato il loro contribuito a Blackbird's Echo hanno iniziato a lavorare dal materiale preregistrato da Niobe a Colonia. La maggiore parte dei testi sono stati scritti da Niobe e gli altri co-autori conosciuti già nel suo album precedente: St. Lindemer, Roberto Cabot and Janeta Schude. La linea guida per tutti i musicisti coinvolti è stata quella di tirare fuori la loro propria versione e visione delle canzoni. Blackbird's Echo segna una certa rottura con l'artificialità aggressiva che ha sempre caratterizzato Niobe, ma ciò nonostante riesce a dimostrare la sua determinata caparbietà lungo tutta la durata dell'album. Anziché nascondersi timidamente di fronte ai contributi di Trevor Dumm (contrabbasso), Shelley Burgeon (arpa), Doug Wieselman (clarinetto), David Grubbs (voce e organo) e molti altri, Niobe riesce a integrare queste parti all'interno del suo personalissimo sound design. Non è sorprendente che il suo lavoro affascini per la riccchezza di sonorità, profondità e varietà che bisogna assolutamente scoprire.



venerdì 26 marzo 2010

Intervista: Guido Moebius + Niobe - Pulse#109, SummerStudentFestival09 @ Giardini Mensa Piovego

Questa volta vi proponiamo due interviste, con riferimento alla prima giornata del Summer Student Festival 09...
Purtroppo manca l'estratto video, ma nella apertura del festival, non ci è riuscito di documentare la serata. Amen. Per quanto riguarda Niobe non mancheremo di recuperare nella sua imminente data padovana al Pixelle, Pulse#130.

SSF09 13.06.2009 Guido Moebius + Niobe

Il festival si apre con una line up teutonica doc: attacca Guido Moebius e chiude Yvonne Cornelius in arte Niobe. Lui ben lontano dallo stereotipo del musicista artefatto, con fare curioso si intrattiene a chiacchierare un po’ con chiunque gli vada a genio. Performance stimolante e la sua, anche per chi fosse completamente a digiuno di loop e sintetizzatori c’è stato di che divertirsi sia nell’ascoltare spensierati sia nel vedere proiettati dietro il procedere su e giù di piedi e pedali. Niobe molto più diva, dotata di un sorriso disarmante si aggira invece per il festival in una mise d’altri tempi degna di un film di Sergio Leone. Set incantevole e suggestivo con tanto di chiusura con una revisione onirica sul tema di Brasil.

Guido Moebius

Ti sei divertito? Che impressione hai del festival?

È un festival davvero molto carino, il tempo è fantastico e lo show è andato bene, è una bella serata.

Concordo, il pubblico era attentissimo e rapito dalle immagini della camera fissa sui tuoi piedi, anzi qual è la tua opinione in merito all’uso del video durante il set, lo trovi funzionale alla performance o semplicemente ti fa sentire meno solo sul palco?

Ho osservato che la maggior parte dei live in cui il laptop fa da protagonista sono noiosi, guardare un artista che guarda un computer ti da l’impressione di non sapere se stanno controllando la mail, facendo musica o se sta andando un cd e manca solo una tazza di tè. Per cui ho pensato che una camera che permetta di vedere quello che faccio sia il metodo migliore per permettere alla gente di seguire un mio set. Usando molti pedali la situazione è molto più dinamica e con il tempo ho scoperto tutti questi loop e da qui mi sono sbizzarrito sommandoli, scomponendoli, un po’ di tutto.

L’ultimo album Gebirge ha una direzione che va diritta verso il funk e la dancefloor, c’è tanto ritmo e bisogna dire che durante il live si sente come ti diverti a spingere i bassi il più possibile. Questo dice forse qualcosa su un tuo passato da dj?

Intendi come dj in un club? Si certo e lo faccio ancora adesso volentieri, attualmente non faccio musica da dancefloor, ma hai ragione, comparato agli altri due album ques

to è molto più carico e danzereccio, ci sono più suoni, bassi e cose simili.

Berlino è una città che affascina e persuade sempre più giovani artisti (e non) a spostarsi lì e a cercare fortuna, tu che ci vivi da anni cosa ne dici?

È una città grande, tantissima gente continua a trasferirsi perché è ancora economica, credo sia attualmente la capitale europea, ma forse addirittura nel mondo, in cui il costo della vita è più basso. Esistono un sacco di spazi per l’arte e la musica, gli affitti stanno salendo ovviamente ma la cosa bella, che è anche allo stesso tempo una cosa brutta, è che tutto ora è concentrato lì; perché è facile vivere e soprattutto pensare si mantenersi con i tour, le performance d’arte ecc. Cosa che ad esempio è del tutto impensabile a New York che è al contrario davvero troppo costosa. A me di Berlino ora piace in particolare tutta la scena noise che si è formata intorno a Neukölln, un quartiere in piena espansione artistica davvero vivace, di certo molto più interessante oltre che economico di Kreuzberg.

Hai mai suonato in una band?

Si facevo parte di una band; ero il cantante. Risale più o meno a 6 anni fa; ero a Colonia e il gruppo si chiamava Krank (significa malato) siamo andati avanti piuttosto a lungo non era male, poi però io mi sono trasferito a Berlino in un gruppo che si chiamava Blinker dove suonavo chitarra e le tastiere.

Da cosa cominci a comporre i tuoi pezzi? Parti da una linea vocale, da un rumore, dalla chitarra?

E’ sempre diverso, anche le cose che escono nel live sono molto diverse dall’album, anche perché non ci trovo nessun senso nel riportare esattamente quello che registro in studio in uno show mi risulterebbe anche troppo complicato. Comunque a volte è una linea melodica altre un suono, a volte altro; i pezzi cambiano radicalmente durante tutto il periodo di lavoro.

Ti va di raccontarmi un po’ dell’Autopilot music publishing?

È un’agenzia di pubblicità che ho creato io, mi sono occupato di artisti anche importanti come Vert, F.S. Blumm… Ad esser sincero attualmente è più che altro il lavoro che mi permette di guadagnare qualche soldo, anche perché suonare dal punto di vista economico è qualcosa più vicino ad un hobby. Poi fare il produttore musicale non mi dispiace, lo sono ormai da 10 anni.

Ti sei divertito a lavorare all’ultimo album di Vert?

Con Vert, oh beh si è stato divertente ma mi sono occupato in verità solo delle percussioni, di cantare qualche volta o muovere qualche sonaglio niente di più per ora .

So che ami suonare diversi strumenti, i suoni che usi per la tua musica sono quindi tutte registrazioni tue?

Si in parte li so suonare ma non tutti, ad esempio per il violino ho chiesto ad una cara amica che nell’album Gogol ha anche cantato e in un modo che io non avrei mai potuto né fare né immaginare. Lei è formidabile sia con la voce che con percussioni in generale.

L’ultimo album che hai ascoltato prima di venire qui?

Era ieri sera, ascoltavo Black to comm, il progetto drone noise di Daniel Richter un artista d’arte contemporanea molto interessante di Amburgo.




NIOBE

Che impressione hai avuto di questa prima serata del festival?

Ah, fantastico ottimo pubblico tutti molto attenti; da non crederci …

I tuoi show sono carismatici, in particolare la tua immagine sul palco sembra riproporre quella delle dive del passato. C’è una figura femminile nel cinema o nella musica che ti affascina o in cui ti rivedi?

Questo è una sorta di inconveniente che si presenta spesso. Adoro le gonne ed in generale gli abiti tradizionali, ma quando sono sul palco sono più che altro concentrata sulla mia voce. Il mio artista preferito in verità è William Kentridge , un uomo quindi, credo sia uno degli artisti più grandi del mondo, è lui la mia fonte di ispirazione. Ha lavorato per la biennale dove è considerato una superstar, è molto apprezzato per i suoi video e i suoi disegni. Penso spesso ai soggetti dei suoi film e talvolta cerco di comporre con la mia musica una sorta di colonna sonora a quelle immagini.

Blackbird’s Echo esalta il lato più soul della tua voce. Si tratta di una sorta di rottura con il sound glitch electro che ha fin qui caratterizzato tutti gli altri tuoi dischi. A cosa è dovuta la scelta di virare verso un suono molto più fisico e terrestre?

E’ stata un’idea della mia etichetta, sono venuti a sapere che New York la mia musica è molto apprezzata ed in particolare ad alcuni musicisti avrebbe fatto piacere lavorare con me. Quindi la Tomlab un giorno mi ha detto: ”ti abbiamo preso un volo per New York e andrai lì 5 settimane a lavorare in uno studio e loro suoneranno i tuoi pezzi”. Si tratta di musicisti eccezionali tra cui John Zorn e molti altri che lavorano spesso con lui. L’idea era appunto quella di completare l’album in modo che alcuni brani contenessero delle parti orchestrali o comunque di jam così li abbiamo riarrangiati. E’stata un’esperienza nuova lavorare in un’orchestra.

Di che cosa parlano le tue canzoni? C’è un tema ricorrente ?

I mondi paralleli. Le descrizioni di mondi di amore molto romantici e strani, sono tutti nella mia testa voglio precisare, non credo negli alieni o negli ufo, ma mi piacciono queste realtà parallele e il tentativo di entrare nel cuore delle persone e tirare fuori il lato sognatore ed emotivo.

Questa prima serata del festival ha visto la Germania protagonista, tu e Guido Möebius vi eravate mai incontrati prima?

Si ci conoscevamo già, ci siamo incontrati spesso a Berlino, lo apprezzo molto come artista.

Colonia la tua città e la Germania Ovest in generale ha dato i natali a band del calibro di Can, Kraftwerk, ti sei mai sentita affascinata da questa scena, magari anche prima di iniziare con la musica.

Colonia ha avuto un’influenza decisiva su di me. Io sono cresciuta a Francoforte a 200 km da Colonia, lì sei nel vivo dell’atmosfera atmosfera creativa e della scena culturale, anche a Dusseldorf soprattutto per la scena noise: i Neu, Stockhousen. Questa gente viene tutta da qui per cui un sacco di ottima musica e stimoli importanti.

Come è nata la collaborazione con Mouse on Mars ?

Eravamo amici, ma ci conoscevamo musicalmente non personalmente. Poi a loro è piaciuto molto un mio disco e mi hanno chiamata dicendomi che avevano assolutamente bisogno di me e così ne è uscito Radical Connector (2004 ndr). Tutto ciò mi ha certamente molto lusingato ed è stato motivo di crescita.

Abbiamo già detto che il tuo album è stato registrato a NY, da lì oggi escono nomi molto interessanti : Animal Collective, Black Dice, Dirty Projectors. Ti piacciono questi gruppi? E credi che il tuo album abbia assorbito qualcosa del “sound” attuale di NY?

Wow, stiamo parlando di band che io adoro. In particolare i Dirty Projectors li ho anche incontrati, sono inoltre una grande fan degli Animal Collective e attualmente ascolto spesso gli Hecuba sempre un duo newyorkese, ma non posso dire che il loro sound mi appartenga artisticamente, no non credo. Come dicevo l’artista che più mi rappresenta in questo momento è William Caridge.

Chi è la seconda voce in “Time is kindling”?

Oh è David Grubbs, lui è davvero una star ed è simpaticissimo. Gli ho proposto di cantare insieme una canzone volevo che il tema fosse la telepatia e lui mi ha detto subito di si, dovevo dargli solo il tempo di scrivere il testo. Così ha scritto le parole e mi ha quasi sconvolto quanto si adattasse perfettamente alla musica che avevo composto io. Si è trattato di vera e propria telepatia.

Cosa stai ascoltando ultimamente?

Yma Sumac. Poi ho ascoltato per la prima volta nella mia vita West Side Story su disco, non il film. Se vedi il film West Side Story ti viene da storcere il naso, tutta questa gente che balla e canta... non l’ho mai sopportato, il film. Poi ho sentito West Side Story by Leonard Bernstein; oh mio dio è pura ispirazione e assolutamente moderno, questo disco di Leonard Bernstein è semplicemente incredibile.

Interviste a cura di: Daniela Cia


martedì 23 marzo 2010

pulse#129: Brian Harnetty (Atavistic, USA) + Jeremy Woodruff, MA 23.03 @ La Mela di Newton, PD


A.S.U. in collaborazione con la Mela di Newton presenta:

Pulse#129:
Brian Harnetty (Atavistic/Ruminance, USA)

harnetty
[ Sperimentale / Folk / Ambient ]
http://www.myspace.com/brianharnetty http://www.brianharnetty.com/

+
Jeremy Woodruff (USA/DE)
http://www.jeremywoodruff.de/



Martedì 23 Marzo @ Circ. Arci La Mela di Newton
Via della Paglia, 2 - Padova


Novità
occorsa nel frattempo: il set di Harnetty sarà aperto da Jeremy Woodruff, che lo accompagnerà anche durante il concerto. Di quest'ultimo, a dirla tutta, sappiamo pochino: sappiamo che è un compositore americano ma vive a Berlino (dai?), che suona il flauto e il sassofono e fa parte della Elliot Carter Band. Ah, e che ha un sito da cui si posson scaricare le sue composizioni. In PDF, però... Vedremo.

Su Harnetty, invece, c'è materiale in
abbondanza, da cui si evince che prima di balzare agli onori di recensioni e copertine di riviste del settore a causa del disco edito l'anno scorso con Bonnie Prince Billy, "Silence City", il soggetto in questione ha senza dubbio studiato approfonditamente la materia, e tale materia si può definire "il sound Appalachiano", su cui Harnetty ha scartabellato archivi, recuperato testimonianze sonore, field recordings, programmi radio su cassette e chissà cos'altro, per un totalino non indifferente di 40 ore di materiale audio, per la maggior parte proveniente dal Berea College Appalachian Sound Archives, nel Kentucky. Sembrerebbero più le premesse per un'interessante conferenza che per un concerto, se non che Harnetty, diplomato in composizione alla Royal Academy of Music a Londra, approccia quello che poteva rivelarsi un'accademico episodio di archeologia musicale, dal punto di vista del sound artist, in grado di esprimere una sintesi personale del materiale selezionato, ricontestualizzata nel presente. Ne esce un primo album, American Winter del 2007, sempre su Atavistic, concettuale, a tratti freddo nella sua accezione documentaristica, ma di sicura efficacia evocativa. Durante la lavorazione ad American Winter, riporta Harnetty, la sensazione di captare nel materiale d'epoca i tratti distintivi della voce e della musica di Will Holdham é costante, tanto che decide di contattarlo: ne nasce una corrispondenza epistolare che però non riesce a trovare sfogo immediato sul versante musicale fino appunto all'anno scorso, in cui i due si incontrano in uno spazio appropriato e prende forma "Silent City", in cui Bonnie "Prince" Billy canta su tre tracce, come solo lui sa fare.
A riguardo vi lasciamo con due ottime recensioni: la prima, quella di Onda Rock, la trovate qui di seguito, mentre l'articolo che the Wire ha dedicato al disco,
questo in inglese, è l'ultimo.

Chiudiamo menzionando il fatto che Harnetty è membro del Fossil Fools art collective ovvero un gruppo di artisti che si propone di creare opinioni e discussioni relative alle fonti energetiche tramite performance ed installazioni. Harnetty inoltre è stato tra gli artisti (insieme tra gli altri a Matteah Baim, Eat Tapes e Wang Inc) che hanno risposto alla call del simpatico progetto belga Audio Forest/Radio Forest: è stato proposto di fornire delle tracce audio in cui i musicisti reinterpretavano i "suoni della foresta" secondo la propria personale poetica (per capirci, mentre Harnetty è andato in giro per Ohio, California e Maine a caccia del field recording più rappresentativo, Eats Tapes ha riprodotto con sintetizzatori analogici i suoni dei grilli e di tanti altri animaletti che popolano la foresta...). Lo scopo di tutto ciò? Stabilire la reciprocità sonora tra il bosco e la superstrada che
rumorosamente l'atraversa. La stazione radio, posta nel bosco, ritrasmette agli automobilisti in transito i suoni della foresta, su apposita frequenza FM. Per chi avesse dubbi, c'è il disegno, qui.


"Harnetty, come nei precedenti album, traccia anelli di congiunzione tra il passato e il presente con registrazioni rurali, voci catturate dalla radio, campionamenti che si uniscono a una strumentazione acustica a base di banjo, campanellini, piano giocattolo, fiddle, senza dimenticare il blues che tanto caratterizzò il suono delle prime band folk americane.
Quaranta minuti di musica silenziosa, sfuggente, ricca di atmosfera, il termine drone, altrove abusato, potrebbe calzare a pennello per molte delle incursioni sonore di Harnetty.
L'incanto che si realizza nella title track è solo un esempio della grandi intuizioni dei due musicisti, mentre in "The Top Hat" tutti gli strumenti vibrano verso un'unica, affascinante direzione, confondendosi in armonie e groove che si intercettano, una sintesi mirabile di folk e avantgarde che merita attenzione.
Hannerty usa i sampler in modo unico, gli strumenti e i ritmi non seguono una struttura tonale lineare, creando molti contrappunti col delizioso canto di Bonnie "Prince" Billy, anche i sampler delle voci si caratterizzano per le loro seducenti imperfezioni e per la mancanza apparente di musicalità, la bellezza è sprigionata con forme nuove e misteriose, la musica diventa un racconto che s'incrocia con le memorie e le istanze evocate dalle voci.
Toni più caldi e suggestivi spronano le creazioni di Harnetty verso lidi ipnotici, la voce di Bonnie "Prince" Billy raccorda i preziosi e insani ritmi di "And Under The Winesap", il concetto di folk rurale viene riscritto e svuotato di armonie superflue, la fragilità diventa la forza armonica di momenti preziosi come "It's Different Now", un suggestivo insieme di voci e suoni cristallini.
In "Silent City" ogni suono acustico o elettronico, nel suo interagire con l'elemento umano, diventa frutto naturale della memoria collettiva, le parole danno movimento a ogni episodio dell'album.
Come in ogni buon disco, non manca un piccolo capolavoro di perfezione emotiva e si chiama "Some Glad Day": solenne, liricamente robusto, il brano rappresenta l'alchimia sublime del nuovo folk rurale che diventa arte, dentro c'è il sogno, la vita, la morte, la poesia; tutto diventa un unico archivio di emozioni e speranze.
L'estasi finale di "To Hear Still More", costruita su harmonium e piano, fuga ogni dubbio sull'essenzialità di questo progetto. "Silent City" è un album dal linguaggio sonoro originale e forte, un punto di partenza per il futuro della nuova musica folk americana, i due musicisti fondono folk e musica elettronica un po' alla maniera di Eno e Byrne in "My Life In The Bush Of Ghosts", anche se una maggiore frammentarietà e un minor fascino esotico impediscono a "Silent City" di approdare all'eccellenza."
Gianfranco Marmoro, OndaRock.


ecco l'articolo di The Wire su Silent City di Harnetty:
"Two years ago Brian Harnetty, an ex-student of composer Michael Finnissy, released American Winter, an emotional encounter between his own music and a trawl through the Appalachian Sound Archives of Berea College in Kentucky. Some of its eeriest moments occur off-camera, as it were. During the opening piece "The Night Is Quite Advancing", an elderly woman is digging deep in her memory for words to a song she hasn't sung since she was a girl. Suddenly a gulf opens up and we hear her shock: "I've lost track! That did something to me - scared me to death." The final track, "We'll Look For You If We Come Back", captures an awkward moment between the archiving recordists and a toothless gent; is he asking for money, or maybe just trying to persuade them to keep him company a little longer? The process of collecting old songs is exposed as a strange, unpredictable human interaction, where subjects may tumble backwards into disturbing memories. While working on American Winter, Harnetty says, he "kept hearing elements of Will Oldham's voice in the old recordings", and started corresponding with the singer. He hoped to persuade Oldham (aka Bonnie 'Prince' Billy) to sing on that record, but schedules did not permit the collaboration until now. Silent City is another powerful personal statement in which the distant past and present are interwoven. Harnetty juxtaposes archive recordings with his own piano, banjo and accordion, and this odd co-existence generates a new poetic context for the bygone voices. Working like a novelist, he has immersed himself in an archive of field recordings - slices of past lives - and now emerges to create a new text, breathing new life into old chunks of sound by radically recontextualising them. Silent City is a more accessible album than its predecessor: Harnetty has reduced the surface complexity of his music, and raised the temperature by adding the warm tones of an electric piano. The core is still Harnetty's own piano, accordion and harmonium, but he has assembled a small group to flesh things out: drums, trumpet, vibes and clarinet. Lyrics were pieced together from folk song fragments (pulled from Berea recordings) and phrases drawn from Harnetty's memories of his father's rural hometown. The underlying concept is an amble around a small rural town. We seem to peer in at windows, each one from a different period of the past. Some of the archive elements recall the debut album - a track dissolves into the scrape of a foot-stamping folk fiddler, or a radio announcer from half a century ago stumbles while introducing the next live act. Harnetty's piano doesn't drive the music in a conventional manner, more as if it were a set of tuned bells, hanging notes around the room like decorations. "Well, There Are A Lot Of Stories" finds Harnetty's father reminiscing about prison life, surrounded by suspended chords on clarinet and accordion, and propelled forwards by Sam Paxton's drums. Alarmingly, Harnetty Senior used to play with the local prisoners as a schoolboy: "They were killers; and I was never afraid all the time I was there, hell, I could run faster than any of them." Elsewhere, "Papa Made That Last Verse Up" dives headlong into a long-ago parlour full of cackling laughter and family versions of a comic song. Amidst all of this, Oldham contributes three substantial vocal performances. Harnetty likes vocal and backing simply to share the same space, rather than neatly interlock, and Oldham's voice is deployed here somewhat as the cobwebby archive tapes were on American Winter, creating a further slippage between the present and past. Oldham's singing is fragile but firm, adding both mystery and focus to the album. "And Under The Winesap Tree" floats his vocal across Harnetty's accompaniment as if the singer is dimly recalling the song from his youth. "Sleeping In The Driveway" is a love song from a timid admirer, watching a girl asleep in her car, hearing the radio quietly playing, not daring to approach. The high point is "Some Glad Day", where Oldham dips a tad lower in his vocal range and comes up with a lovely evocation: "Brick-making prison; tobacco in the grass; some glad day we'll all arrive." The song, for all its otherworldly drift, works like a hymn, in which only the first line changes for each verse. This is the experimental end of Bonny 'Prince' Billy's oeuvre: gentle and solemn, it recalls his Get On Jolly (2000) collaboration with Dirty Three member Mick Turner, where the lyrics were picked from devotional verses by Bengali poet Rabindranath Tagore (1861-1941). Harnetty's teacher Finnissy has long been developing his own take on folk music. In the late 1970s he wrote and performed a raucous, unsentimental piano suite called English Country-Tunes. For this two-fingers-aloft project the accent was firmly on the first syllable of the second word. For him the piece was "most simply, a totentanz - a dance of death, a lament, a wake - celebrating arcadia, the product of a long fantasy tradition of 'rural innocence'... The remainder is made up of a series of responses to, meditations and variations upon, the 'issue' of folk-music, and how one integrates it now (with meaning and vitality) into 'art-music'." Well, putting quotes around all your terms is a start. Finnissy's bracing counterblast against English pastoralism was a way of wresting folk song back from the clammy hands of Vaughan Williams. Meanwhile Brian Harnetty creates a space to work with a wealth of American folk, parlour music, radio shows and roaming archivists. Silent City weaves a melancholy spell of chiming pianos and vibraphones, much aided by Paxton's lowkey but eloquent drumming. By the closing "To Hear Still More" - backwards piano over purring harmonium bass - we are in deep, under the music's hypnosis." Clive Bell the wire magazine october, 2009



Some Glad Day from Brian Harnetty on Vimeo.



Sleeping in the Driveway from Brian Harnetty on Vimeo.

venerdì 19 marzo 2010

Pulse#127: Be Maledetto Now! (Boring Machines) + King of Tuna + djs: Monti & Blondie Equal Stupid @ Pixelle VE 19.03.2010

Pulse#127

BE MALEDETTO NOW! (BORING MACHINES)















+ KING OF TUNA















+ DJs: Monti (Abusers) // Blondie Equal Stupid // Pulse



Venerdì 19 Marzo h. 22 @ Circolo Arci Pixelle
Via Turazza 19/4 - Padova