PULSE#115:: EUGENE CHADBOURNE (USA) @ Elefante Rosso (Venice) from Pulse Data on Vimeo.
mercoledì 3 marzo 2010
Estratto video: Eugene Chadbourne's Roll Over Berlusconi - pulse#115 @ Elefante Rosso (VE)
Estratto video + Intervista: Carla Bozulich 's Evangelista - pulse#105 @ Stalker Reloaded
La sua è una storia complicata, fatta di estremi e già ricca di collaborazioni nell’underground musicale americano sul finire degli anni '80. Questa sera è qui con il nuovo progetto Evangelista per presentare il suo ultimo Hello Voyager.
Come sta andando il tour?
Carla: Sta andando molto bene, ci stiamo divertendo. Alcuni concerti sono stati delle belle esperienze, Roma ad esempio è fantastica, la gente è positiva e devo dire che è piacevole soprattutto quando sei di cattivo umore...
Ti senti sempre a tuo agio con la figura di donna drammaticamente tormentata con cui vieni dipinta? Hai mai l’esigenza di venire presa meno sul serio a prescindere dal tuo passato?
Carla:
A dire il vero tutta la mia vita di tutti i giorni è colma di risate e gioia, soprattutto tra me e Tara Barnes, la bassista, è addirittura difficile starci dietro perché ridiamo continuamente. Ad ogni modo sono consapevole che anche quando sono triste o arrabbiata sia ok, è la mia vita, è il mio modo di essere, in fondo sono felice la maggior parte del tempo. E’ fondamentale essere sè stessi e non cercare di apparire forzatamente diversi. Comunque no, non mi preoccupo dell’ascoltatore, non mi interessa fare musica leggera, non fa per me anche se poi mi piace ascoltarla. C’è una band ad esempio, i Celebration : sono americani e la cantante è incredibile, è buona musica ma non è il genere di messaggio che posso dare io. Lei è incredibile, è puro divertimento! C’è un sacco di musica come questa che mi piace, ma la mia più grande soddisfazione è comunicare scavando dentro di me tirando fuori le cose e portando le persone magari anche a riflettere.Come ti senti nei confronti di tutte le donne che si riconoscono nei tuoi pezzi e che attraverso la tua storia sentono dare voce alle loro esperienze di violenza? Non è una responsabilità a volte fin troppo grande?
Carla:
E’ una domanda interessante. Io non credo si tratti solo di donne comunque, è per chiunque voglia ascoltare col cuore, è ciò che accade con la musica in generale: c’è una forza e una potenza che ciascuno può prendere e custodire per rendersi più forte in una qualsiasi situazione complicata, in particolare diventa utile se le si affronta insieme attraverso la musica. So che suona banale ma lo penso davvero. A volte è importante essere arrabbiati e tirar fuori tutto per essere in grado di esprimere le cose che non riusciamo a dire, perché tendiamo a controllarci e ad agire come persone “normali”, ma io non credo esista la condizione di “normale”, è un mito. Quello che mi sento di suggerire è di allontanarsi da questo modo di pensare così costruito.Sei stata anche definita madrina dell’alt country, ma nel tuo percorso hai attraversato generi molto diversi. Mahler, George Jones, Patty Smith hanno mutato la tua visione della musica negli anni. Vuoi parlarmi un po’ di questi tuoi cambiamenti continui?
Carla:
Per me la musica country è un genere fantastico, mi è sempre piaciuto molto cantarlo, ma ancora più che l’alt country mi piace il country tradizionale, l’old style country. Nella mia band precedente, i Geraldine Fibbers, si può notare la differenza: se ascolti i pezzi il mixaggio è quasi assente, suonano country appunto; certo poi c’è del noise, rock o altra musica, ma questi sono i riferimenti di genere.Ciò che preferisco per quanto riguarda il coutry è cantare vecchie canzoni di George Jones. Devo ammettere di relazionarmi meglio con pezzi maschili, se devo cantare delle cover: li sento molto più miei. Comunque, considerando i vari generi, mi sono appassionata a tanti tipi di musica: amo suonare e scrivere cose diverse. Ciò da una parte non ha fatto troppo bene alla mia carriera musicale, ma è stato ottimo per il mio sound. A volte è controproducente perché ho realizzato album che sono piaciuti ad alcuni fan e poi magari un altro disco in cui gli stessi non trovano più quel tipo di suono. Certo non succede sempre, ma a volte capita che qualcuno si allontani.
Il tuo percorso musicale è ricco di personalità molto forti. Cosa ti ha lasciato l’esperienza al fianco di Lydia Lunch o Mike Watt? O se preferisci raccontami delle esperienze passate con Neon Veins, Invisible Chains e Ethyl Meatpow.
Carla:
Uh Lydia Lunch è favolosa, bellissima, è un mostro di poesia: lei dice la verità, la sua verità, per me molto vicina alla perfezione. E’ controversa, esprime cose nelle quali credo e di cui io ho ancora difficoltà a parlare perché non voglio urtare nessuno, ma per lei è molto più importante parlare delle cose. Non lo fa per essere aggressiva, nella realtà è dolcissima e la ritengo la persona più carismatica che io abbia mai incontrato; davvero consiglio di andare a vederla perché è incredibile. Tutti quelli che assistono ad un suo show poi sentano l’esigenza di incontrarla perché è un personaggio unico. Ad esempio, lei sostiene che avere figli ora è la cosa peggiore che si possa fare, sia per il mondo che per il bambino stesso. E’ una posizione interessante e per la mia esperienza anche condivisibile; io ho scelto di non avere figli, più probabilmente ne adotterò uno anche se la maggior parte delle persone ne vogliono uno proprio. Ad ogni modo questo era solo un esempio per darti un’idea di Lydia.Mike Watt… per me è il miglior simbolo del punk rock tra tutti quelli che ho conosciuto. Ho interiorizzato la maggior parte dei miei principi non solo da lui ma da tutta la band i Minutemen, sono cresciuta nella loro stessa città: San Pedro. Mike Watt è un uomo fantastico e incredibilmente affascinante, è un grande appassionato di Storia, non solo recente: ha fatto degli studi approfonditi e credo potrebbe senza problemi insegnare. E' un pozzo di sapere tutte le volte che ci parli e poi è più vecchio di me, ma è incontenibile: va pazzo per il kayack! Lo fa ogni giorno nella baia di San Pedro, dove ci sono delle cascate potentissime. E tutte le mattine alle 6 di mattina lui è lì se qualcuno fosse interessato ad incontrarlo… (risate).
Questo è Mike Watt, formidabile!
Quanto è importante l’improvvisazione in Hello Voyager ? Ti va di confrontarlo ad Evangelista?
Carla:
L’improvvisazione per me è molto importante perché spesso mi annoio, da qui la mia tendenza a spaziare tra vari generi. Improvvisare è eccitante perché puoi anche fallire, ovviamente succede che non suoni bene… diciamo che c’è la giusta dose di rischio, quel pizzico di pericolo che fa sembrare tutto più eccitante. Allo stesso tempo è fantastico quando riesce: se improvviso qualcosa e viene bene è un grande traguardo, un completamento.Cosa mi dici della copertina di Hello Voyager? Hanno un qualche significato particolare quei gatti disegnati?
Carla:
Mmm non so se sono veramente gatti..Lo sono per te?Credo sia l’idea che più si avvicina. Cosa sono?
Carla:
Beh sono gatti.. (risate).E’ un lavoro di Nadia Moss, una bravissima pittrice di Montreal: ha fatto le copertine dei due dischi oltre che suonare l’organo in entrambi. E’ una donna molto profonda e simpatica. E' buffo perché i suoi lavori appaiono così seri, e lo sono sicuramente, non sto minimizzando, ma credo che lo humor sia una componente altrettanto importante.
Comunque, non so se siano realmente gatti, probabilmente dovrei chiederglielo la prossima volta. Di certo ha disegnato tante piccole creature. Non so cosa significhino esattamente, ma so che vogliono comunicare qualcosa ai tuoi occhi quando li guardi. Non li trovi carini? Vogliono comunicare qualcosa riguardo all’essere strani, complessi…
Ai miei occhi sono una via di mezzo tra esseri umani e animali…
Carla:
Sì, è esattamente questo, ed è quello che sono io: donna e animale. Secondo me il miglior modo di sentirsi.Il progetto Evangelista comprende tanti altri musicisti appartenenti tutti all’etichetta canadese Constellation. Questo è il secondo per loro, come ti stai trovando?
Carla:
E’ bellissimo, l’Hotel2tango studio è fantastico ed Efrim Menuck è ovviamente il tecnico del suono. Ora torneremo lì per registrare a febbraio anche il terzo album con Evangelista e lui ci seguirà di nuovo. Efrim produce molta musica, ma c’è di più, a lui non piace neanche essere definito produttore per cui non saprei come chiamarlo. Le sue idee sul nostro lavoro ci hanno fatto riflettere su diversi punti ed è stato importante perché i suoni uscissero nel modo giusto.Comunque sì, registrare a Montreal è stato molto importante per Evangelista. Non so spiegarti esattamente il motivo, ma è parte del disco ed è buffo perché quando abbiamo registrato il primo album era inverno e faceva un freddo spaventoso, qualcosa come 14 gradi sotto lo zero ed era pericolosissimo addirittura stare 2 o 3 minuti fuori all’aperto. Credo questo abbia molto influito sull’album, si percepisce una certa intensità. Se ci fosse stato più caldo probabilmente non sarebbe uscita. Mi piace molto lì: ne guadagna la musica, adoro le persone, ci sono artisti, grandi musicisti e se giri per le strade sei travolto dalla loro creatività, ci sono poster che spiccano come opere d’arte, flyer, adesivi, musica. E' una città estremamente stimolante.
Beh, a tal proposito anche l’Italia mi pare di intuire ti sia di grande ispirazione…
Carla:
Mi piacciono la Spagna, il Portogallo: la parte sud ovest dell’Europa è quella che preferisco. In Italia mi sono sentita a mio agio, fin dalla prima volta che sono venuta qui e non parlavo una parola di italiano. L’esatta sensazione che ho provato scesa dall’aereo è stata:” I’m home”. Mi piacciono le persone e mi diverto sempre un sacco, sarà per il cibo e per il vostro modo di fare. Amo l’Italia.E per di più questa sera ti vedremo suonare insieme ai Father Murphy, una band italiana che hai caldamente richiesto insieme a te stasera.
Carla:
Abbiamo suonato parecchio con i Father Murphy, anche negli Stati Uniti. E' un gruppo che mi piace moltissimo, adoro Federico, spero capiti sempre più spesso di suonare insieme, è una bella emozione.Abbiamo fatto quattro concerti credo un anno o un anno e mezzo fa, non ricordo bene. Ho avuto subito la sensazione che fossero molto forti e interessanti, fanno veramente dei bei pezzi ed è un piacere vederli lavorare… così precisi, poi si stimano tutti molto l’un l’altro. C’è una bella atmosfera.
Per concludere, cosa stai ascoltando volentieri in questo periodo?
Carla:
Ieri sera ho ascoltato Billie Holiday. E' la prima volta dopo 10 anni. La adoro. E' buffo che io abbia fatto passare così tanto tempo; ad ogni modo ho pensato che fosse il caso di riascoltarla. Hai presente quando smetti di ascoltare qualcosa per un po’ di tempo e poi la riscopri ed è ancora più bello? Ci sono alcuni gruppi di Los Angeles che mi piacciono veramente molto: i Gaunt, ci ho suonato non tanto tempo fa, era lo stesso tour con Father Murphy, ma ora stanno facendo uscire un album nuovo per cui… Poi c’è un altro gruppo che si chiama Miss Cincinnati, sono in tre e suonano solo canti da marinaio; c’è in particolare la ragazza con cui ho suonato a lungo, Jessica, e suona il violoncello, mentre il suo ragazzo Jeremy suona la chitarra, fanno una sorta di musica sperimentale: prendono questi canti da marinaio e li impreziosiscono di atmosfere, una sorta di ambient ricca di suoni astratti. Danno realmente vita ai pezzi anche visivamente: questa é la loro caratteristica maggiore. Infine ascolto molto Nels Cline, uno dei migliori musicisti con cui io abbia mai collaborato , da poco è uscito un suo album dal titolo Coward che mi piace molto.Intervista a cura di Daniela Cia
domenica 14 febbraio 2010
pulse#124: Jackie-O-Motherfucker (Fire, USA) @ Pixelle Do 14.02.2010 + Dragging an Ox through Water
Pulse#124:
Jackie O' Motherfucker (Fire records, USA)
http://www.myspace.com/jomf http://www.uzuaudio.com
+ Dragging an Ox through Water (Awesome Vistas, USA)
http://dragginganox.blogspot.com/
http://www.myspace.com/dragginganox
Domenica 14 febbraio, h.21.45 @ Pixelle, Padova
San Valentino per noi sarà questo: niente cioccolatini indigesti, cenette a lume di candela, bensì un doppio set rock psichedelico che si preannuncia notevolissimo, ultima tappa italiana del supertitolato progetto del dinoccolato Tom Greenwood, i Jackie O' Motherfucker, introdotto in apertura dal set di Dragging an Ox through Water, ovvero Brian Mumford, membro anch'esso dell'attuale formazione di JOMF...
Adorati da Sonic Youth e Mogwai, collaboratori di Godspeed You! Black Emperor, incensati dalla stampa specializzata di mezzo mondo (uno su tutti, The Wire ha dedicato loro la copertina qualche tempo fa), i Jackie-O Motherfucker sono uno dei pochi gruppi che potrebbe stare contemporaneamente in un volume dell'Anthology Of American Folk Music come pure in una raccolta della Knitting Factory, in una teca dello Smithsonian Institute come in un basement berlinese. Già il nome li introduce senza vie di mezzo, con quella O grande in mezzo intenta a gettare petrolio su fiamme profanatrici.
JOMF è American Folk Music ma non solo. Nel tempo, ha attraversato il jazz più d'avanguardia, al suono delle radici si è unita la costante necessità di andare oltre,e il risultato è quanto di più psichedelico si possa ascoltare nel panorama musicale odierno: chitarre che suonano come sitar, percussioni, tape loops, xilofoni, sax, clarinetti, voci fino ad evolvere nel suono attuale, più "compatto" e, in un certo senso space rock.
"Jackie-O Motherfucker ha sviluppato una liberatoria estetica di armonioso rumore, come un baluardo contro le forze del conservatorismo e della mercificazione."
Edwin Pouncey The Wire.
La stampa specializzata ne fa dei paladini della New Weird America, the Wire dedica loro la copertina nel dicembre 2002, ma i Jackie-O Motherfucker non si adagiano sugli allori, anzi: negli ultimi 15 anni si sono costantemente evoluti, con una ridda di membri e collaboratori che si alternano intorno al pilastro Tom Greenwood secondo l'idea di collettivo "aperto" I Jackie O Motherfucker si formano nel 1994 attorno al sassofonista Nester Bucket e al dinoccolato chitarrista Tom Greenwood.
Si sono alternati all'interno della band circa 20 elementi sparsi su tre citta' (Portland, New York, Baltimora), a seconda degli spostamenti dei leader. Dagli esordi su etichette di culto quali FishEye e Roadcone (su questa -di cui non riesco ahimè a fornire riferimenti web- è poi uscito nel 2001 l'album Liberation che valse loro la succitata copertina di The Wire, oltre ad una ventina di titoli a nome di personaggi chiave della scena: Thurston Moore, Loren Mazzacane Connors, Alan Licht, Vibracathedral Orchestra e Califone e Rollerball) grazie al loro sound capace di evocare folk music, field recordings, psychedelia, e noise, i Jackie-O si affermano rapidamente come dei congiuratori sonici in grado di spaziare attraverso l'avanguardia di varie epoche, conquistando un numero crescente di estimatori e fan.
La musica infatti attinge da fonti disparate rielaborando poi il tutto secondo una tradizione riconducibile agli anni Sessanta-Settanta. L'ambizione e' quindi quella di una sorta di musica totale che assorbe e disintegra allo stesso tempo elementi della tradizione americana, psichedelia, free jazz...
Gli anni recenti li hanno visti agitatori di molte situazioni culto dell'indie rock globale, a cominciare dalle partecipazioni al famigerato All Tomorrow's Party per la cui etichetta è uscito la ristampa dei due "WOW" e "The Magick Fire Music", inizialmente editi rispettivamente da Fish Eye e dalla thurstoniana Ecstatic Peace.
Recentemente, nell'estate 2009, è uscito su Fire records il loro ultimo "Ballads Of The Revolution", di cui vi proponiamo una recensione più avanti...
di Dragging an Ox through Water, giusto una succinta bio:
Nato a Twin Fall, ID, Brian Mumford cresce muovendosi tra Oklahoma, Montana e Colorado. L'ambiente in cui nasce gli trasmette un precoce amore per il canto virtuosistico del country americano prima di sviluppare il gusto per i recording distorti e l'industrial. Il suo progetto Dragging an Ox through Water, in continua evoluzione, sposa il tipico accento lirico del country e del folk sporcandolo con feedback e distorsioni, droni, nastri e oscillatori autocostruiti, generando autentica "weird american music".
Ingresso: 8 euro
inoltre, per non non cozzare con lo spirito della giornata degli innamorati, le coppie che daranno significativa controprova del loro livello di affiatamento avranno (proporzionale) diritto ad uno sconto ad insindacabile giudizio del personale in cassa.
Due parole su "Ballads Of The Revolution"
Finalmente il figliol prodigo Tom Greenwood torna a casa. Un modo come un altro per dire che con Ballads Of The Revolution - un eufemismo? Il ricordo dei tardi '60 in fermento? - i suoi Jackie-O' Motherfucker ritornano su livelli di assoluta eccellenza, riscrivendo parzialmente le tavole della cosiddetta New Weird America. Stilisticamente il gruppo continua a gravitare attorno alla magnetica personalità del musicista di Portland - che non intende affatto distaccarsi dall'attitudine e dalla veste sonora che ne han fatto un'istituzione nei circuiti underground più esegeti, bensì prova a rendere più fascinoso il suo intruglio di psichedelia e libero folk tornando a confezionare canzoni degne di questo nome. Un piccolo smarrimento era occorso ai nostri, che giunti al traguardo del decimo album in studio, sembrano andare a nozze con sonorità certo lisergiche, eppure capaci di accogliere elementi di elettronica povera e di musica da western (lo stomp quasi morriconiano di Lost Jimmy Walen) come introspettivi passaggi giusto in bilico tra la recitazione del re lucertola ed i rintocchi chitarristici di Jerry Garcia.
Greenwood è l'unico sopravvissuto del nucleo originale, giunto al suo quindicesimo anno d'attività, nonostante i notevoli rimpasti di line-up. Di certo gli accompagnatori di questa rivoluzione virtuale si fanno sentire, il chitarrista Nick Bindeman ruba spesso la scena, immergendo la sua sei corde in un virale e vorticoso rito pagano.
Un occhio sempre severo alla tradizione non manca con la rivisitazione della ballata classica Nightingale , dove compare la pedal steel di Lewi Longmire, ma il desiderio di ricerca è sempre dietro l'angolo, soprattutto quando si interagisce con realtà moderne, come i Lucky Dragons, dei quali viene ripresa in chiave fortemente improvvisativa Dark Falcon, con alla voce un'ispirata Oney Owens, in arte Valet (Kranky).
Ballads Of The Revolution è un disco incredibile, capace di rimembrare lo spleen esistenziale di Mark Kozelek e dei suoi Red House Painters, il dream pop degli Opal e la tradizione delle grandi band di San Francisco in odore di Nuggets.
Una fascino antico rinnovato attraverso trovate sempre attuali, il rock desertico che diviene una scappatoia all'inferno metropolitano, Tom Greenwood sa ancora come cullarci, attraverso nenie dal sapore dissacrante, in uno spazio sospeso tra chitarre fuzz ed ululati che hanno ben poco di umano. Dall'improvvisazione radicale al country & western, con mille sfaccettature nel mezzo. Che sia proprio questo l'album definitivo di Jackie-O' Motherfucker?
di seguito qualche video, cominciando, con un minimo di autoreferenzialità, proprio dal pulse#77, il primo dicembre 2007...
qui invece un video di "Dragging an Ox through Water"
martedì 9 febbraio 2010
Pulse#123: ARBOREA (Borne!, USA) @ La Mela di Newton- Martedì 9 Febbraio, Padova
Pulse#123: Arborea (Borne!, USA)
http://www.myspace.com/arborea2 http://arboreamusic.blogspot.com/
Martedì 9 febbraio h. 20.45 @ La Mela di Newton, Padova
Rieccoci alla Mela... speravamo di inerrompere questo trend U.S.A. che ultimamente contraddistingue le proposte pulse (ri)proponendovi in febbraio Mi and L'au, ma l'ennesima posticipazione del tour ci costringe ad aspettare ancora... Poco male, recuperiamo cogliendo al volo l'occasione di ospitare gli ARBOREA, anche loro sulla medesima etichetta Borne! e anche loro coppia consolidata nell'ambito neo folk, ma di origine statunitense, nonché negli ultimi anni più prolifica ed attiva... (tre album in 4 anni, diverse apparizioni in compilation del settore, l'ultima delle quali, Leaves of Life é stata da loro stessi curata e annovera tra gli altri la partecipazione di vari pezzi grossi e prossimi astri della "scena" quali Devendra Banhart, Marissa Nadler, Rio en Medio, Micah Blue Smaldone, gli stessi Mi and L'au, Larkin Grimm e avanti dicendo... )
Provenienti dal Maine, gli Arborea sono uno dei nomi di punta del "neo folk" americano e il progetto é formato dal duo Buck e Shanti Curran (voce, percussioni, banjo e chitarre) al quale su disco si aggiunge la violoncellista Helena Espvell degli Espers. Dal loro incontro nasce una musica che ha solide radici nella musica proveniente dagli Appalachi, la musica folk tradizionale inglese, il folk psichedelico contemporaneo con presupposti sperimentali sommariamente quieti ma intensi. Da qui nasce"Arborea" il loro disco omonimo uscito quest'anno per la Fire Museum, accolto molto bene su Blow Up (8/10) e dalle altre riviste del settore. Le canzoni all'interno dell'album sono sospese ed eteree, anche grazie alla splendida voce di Shanti, che dona ai brani grazia e trasporto verso la loro terra, immersa nella natura più incontaminata e verde. Paragoni simili si possono fare solo per il primo album degli Espers e Fern Knight. Una musica unica: un barlume di antichità mischiato con l'avanguardia sperimentale di oggi, il tutto con un coinvolgimento ancestrale. Le capacità e la loro musica entra in completa sintonia con la natura e con gli alberi, da cui hanno preso spunto per il loro nome.
giovedì 4 febbraio 2010
venerdì 8 gennaio 2010
pulse#121: Above the Tree (Boring Machines, et alter ITA) @ La Mela di Newton, VE 8 Gennaio
in collaborazione con La Mela di Newton presenta:
Pulse#121:
Above the Tree
(Boring Machines, Marinaio Gaio, About A Boy, Untouchable Woman,
Shipwreck, Stonature, Brigadisco e scusa se è poco..., ITA)
psychfolk mistico y disturbato
http://www.myspace.com/bluerevenge1
Venerdì 8 Gennaio @ La Mela di Newton,
via della Paglia, 2 Padova h.20.45
A.S.U., in collaborazione con la Mela di Newton, è felice di proporre per la quarta volta e in uno spazio ancora diverso uno dei nostri prediletti della scena italistica.
Quindi dopo un house show, un summer, un'aperitivo antigelmini in ASU, ecco che Above the Tree/Marco Bernacchia torna con la sua chitarra, la sua voce disturbata i suoi mantra blues e inaugura la programmazione 2010 della Mela...
Apropos: Auguri...
qui di seguito un paio di recensioni, precedute dalla costantemente envergreen recensione di Enrico Veronese per il ssf08
"Marco Bernacchia ha realizzato uno dei dischi italiani più belli dell'anno, del tutto avulso da logiche mercantili o considerazioni sui tempi: "Blue revenge" solletica i colpiti in fronte dal SIB-recupero del prewar folk dopo la liberalizzazione dei solchi, introducendo dosati quozienti di sperimentazione acustica sopra temi poco rough o raw.
Un cuore nero batte a Senigallia."
Al tempo stavamo appunto parlando di "Blue Revenge", ma adesso, da qualche mese c'é Minimal love, suo ultimo lavoro uscito nel 2009 con la collaborazione di ben sette realtà
indipendenti italiane (Boring Machines, Marinaio Gaio, About A Boy, Untouchable Woman, Shipwreck, Stonature, Brigadisco) delinea un suono desertico di sperimentazione sonora e canora che lo rende unico nel suo genere per (almeno) il panorama italiano...
per le recensioni/commenti/dowload vedete appunto più in basso
ci si vede lì...
non dimenticate la tessera arci, e all'ingresso vi si chiederà un obolo
di 2 o 3 euro...
Come avevamo finito il 2009 mollando sul blog la combo video + intervista di Dodos, il 2010 comincia anche lui con un ripescaggio dal medesimo paniere.
La combo questa volta comprende il video del brano "Psychic City (Voodoo City)", tratto dal disco See Mystery Lights, il live è datato dicembre 2008 ed é quello di Yacht, e ovviamente l'intervista a loro medesimi.
Il tutto ovviamente impacchettato sul Blog, per l'esattezza, QUI
Di "Minimal Love" Ondarock dice:
In “Minimal Love" prevale un’idea di mosaico psichedelico mistico ma disturbato.
Dopo il preludio di “Donkey’s Eyes”, Bernacchia passa così in rassegna tutta una serie di felici congetture lisergiche; dalla trance hare krishna di “70% Of Hate” al cicaleccio illusionista “Let Me Know”, dalla meditazione folk di “Plotone negro” al quadretto appalachiano di “Ta -Ta - Ta - T”, finanche al piccolo collage elettroacustico blues-rock di “Go Home” e alla curiosa nenia assorta da radio microfono di “Paparinski”.
L’autore si riscopre nuovamente dipintore (talvolta facendo prevalere i corredi sonici, come il vociare confuso, i timbri di farfisa e di cornamusa, i rumori di una macchina da scrivere, sull’armonia portante), ma con un aumentato coraggio.
Qua e là fanno capolino pezzi che cominciano a rilevare una forma riconoscibile, come “Gli oggetti”, degna dei Flaming Lips più lineari, o la strimpellata di “Hallo Winter”, o ancora lo stornello Barrett-iano (ma anche Incredible String Band) di “Bunny In Love”, mentre altri rimangono solamente inerti, come “Le signorine che nuotano” o “Silent Song”.
http://www.ondarock.it/recensioni/2009_abovethetree.htm
e un commento da Anomolo, da dove potete anche assaggiare "Blue Revenge"
http://www.anomolo.com/media/above_the_tree/blue_revenge
La completezza è un’ambizione folle ma comprensibile. La perfezione un’illusione di onnipotenza decisamente incomprensibile. Il resto è parzialità, istantaneità e vento che soffia su miliardi di vite mescolando sequenze di attimi per dare un’immagine coerente all’esistenza. Compresa l’equazione, qualunque atto acquista importanza nell’accettazione della sua transitorietà e della sua caducità.
Solo così si supera il limite di ciò che per sua natura è limitato e l’arte torna a scavare dentro e oltre le apparenze. La musica di Above the tree è la prova che ciò accade ancora, che lo strumento più astratto che la natura ci ha offerto, il suono, può servire a costruire scenari
perfetti proporzionalmente alla loro imperfezione.
Qui non ci sono estenuanti ricerche del bel suono, dell’equilibrio formale, delle armonie simmetriche e aggraziate ma pezzi di metallo arrugginito che strisciano su frammenti di vetro e sabbia, motori malfunzionanti che lamentano i segni del tempo e canti biascicati soffocati dalla tosse.
Eppure non un solo pezzetto di queste schegge sonore sembra costruito su tali basi: le canzoni (termine certamente improprio in questo caso) chiedono di essere riascoltate ripetutamente perché il loro linguaggio complessivo, che lo si creda o no, è un magico e potente catalizzatore
emotivo capace di portare i sensi in dimensioni inconsuete.
Non cercate somiglianze a tutti i costi, non ce ne sono, piuttosto lasciatevi trasportare dentro questo microcosmo di musica contemporanea e fate attenzione a tutti i dettagli. Niente di definitivo, solo frammenti mortali di luce abbagliante.
http://www.anomolo.com/media/above_the_tree
mercoledì 6 gennaio 2010
Estratto video + Intervista: Yacht - pulse#103 @ Stalker Realoaded
Per augurarvi un buon 2010, pulse vi regala..
video+intervista
PULSE#103: YACHT - Stalker Reloaded, 10 dicembre 2008
Il brano eseguito nel video è:
Psychic City (Voodoo City)
tratto da:
See Mystery Lights (DFA, 2009)
PULSE#103 - Yacht live @ Stalker Realoaded from Pulse Data on Vimeo
Padova, Stalker Reloaded 10/12/2008
Tempo da lupi mannari e piogge torrenziali fanno da cornice a questo pulse infrasettimanale, ma una volta dentro Jona Bechtolt (sosia del Bugo nostrano -guardare per credere-)in arte Yacht e la sua graziosa compagna Claire Evans hanno fatto del loro meglio per dare tutt’altra piega alla serata tra mix di colori pop sgargianti e ritmi dancefloor scatentati.
Cos’è "Yacht" esattamente, da dove nasce il nome? Ma soprattutto Yacht vuole essere una band o semplicemente un acronimo per te solo?
Jona: No, no siamo in due nello show e allo stesso tempo sono io. Yacht è un’abbreviazione, sta per Young American Challenging High Technology, Y-A-C-H-T, ma attualmente non significa niente se non che entrambi ci esibiamo in qualche modo, suonando ma anche ballando o usando i video.
Claire: Yacht è un suono che fai con la bocca: Yacht… prova!
Jona: Yacht significa che ti piombiamo in casa e cominciamo a giocare ai videogames, ecco significa anche questo. Può significare tante cose, e allo stesso tempo niente.
Tu e Claire Venite da Portland, nell’Oregon: in qualche modo questa città è diventata un punto di riferimento per la scena indie rock. Portland ha accolto musicisti come Sleater Kinney, Stephen Malkmus, Elliot Smith, Decemberists. Quanto vi sentite parte di questa scena e quanto vi ha affascinato ?
Jona: Nessuna di queste band ha influenzato realmente Portland secondo me, perché si sono trasferite lì più tardi…
Claire: E per di più sono tutti più vecchi di noi, fanno parte di quella generazione di indie rock americano anni '90.
Jona: Le Sleater Kinney comunque sono grandi! Ciò che intendo è che tutti questi artisti sono stati fonte d’ispirazione per entrambi: Sleater Kinney, Pavement ci hanno influenzato molto nella crescita, ma non so se Portland sia veramente cambiata grazie a loro.
Claire: Mi ricordo quando per la prima volta mi sono affacciata al panorama musicale e mi sono resa conto che i gruppi che mi piacevano vivevano a Portland è stato grandioso, ma non ho mai visto nessuno di loro in giro, credo di aver visto Stephen Malkmus solo 2 volte in 24 anni.
Jona: Sì, non saprei. Portland è un posto magico, ma credo appartenga più ai nostri amici e alle persone che conosciamo che suonano e che ci hanno davvero influenzato, oltre che cambiato il modo che avevamo di fare musica . Gente come White Rainbow, Valet, tutta la Marriage Records e la States Rights Records . Ora come ora tutte queste persone stanno facendo delle grandi cose .
The Summer Song è una canzone d’amore dedicata ai vostri compagni di tour LCD Soundsystem. Ti va di raccontarmi cos’è successo quell’estate?
Jona: Oh sì, siamo stati in tour tutto l’anno scorso. Tutto il 2007 è stato un tour pazzesco. Abbiamo fatto 200 concerti, una cosa come, in media, uno show al giorno: da impazzire! E mi sento ancora elettrizzato da quell’esperienza. Abbiamo scritto quella canzone in un giorno di pausa del tour con gli LCD e l’abbiamo fatta in pochissimo tempo, credo un paio d’ore, qualcosa di divertente che volevamo solo mettere gratis sul sito. Doveva essere un semplice mp3 di un momento dell’estate e improvvisamente ecco che un anno dopo James Murphy mi chiama chiedendomi se avevo degli altri pezzi nuovi e di fare uscire un album. E’ stata una sorpresa incredibile: ero scioccato all’idea che la DFA volesse veramente produrre un nostro disco, ma è stato anche divertente pensare che quella canzone fatta in così poco tempo diventasse la più famosa. In verità, pensandoci bene, capita a molte band di fare un pezzo per gioco o per caso e poi che proprio questo diventi il pezzo forte.
Claire: Come per i Chumbawamba.
Jona: Sì, esattamente come per i Chumbawamba
Qual è il posto più strano dove avete suonato e/o registrato? E raccontatemi se magari la particolarità del posto ha caratterizzato in qualche modo la registrazione o il concerto.
Jona: Il posto più bizzarro dove ho suonato è dentro un bagno a St. Louis, Missouri. E’ successo nel 2004. Ero in tour per suonare a Chicago e due ragazzine mi contattarono su myspace dicendomi che c’era la possibilità di avere una data a St. Louis, io risposi Ok. Non avrei mai immaginato di finire a suonare in bagno…
Ed era un concerto in un bagno? Beh era un bagno gigante…
Jona: No, era piuttosto un buco. Era la casa della nonna di questi ragazzini, aveva uno scantinato dove lasciava liberi i nipoti e i loro amichetti di girare e fare quello che volevano. Per cui c’erano circa 15 ragazzi tutti con l’apparecchio ai denti. Sembravano piccoli nerd e tutti interessati alla musica noise, ero esterefatto che quei ragazzini così giovani fossero tanto informati e all’avanguardia. Ad ogni modo, mi hanno portato lì e mi hanno detto: “Ok, ora puoi suonare!”. Mi sono sentito un po’ a disagio, nel frattempo mi guardavo intorno alla ricerca del posto più strano dove potessi suonare. Così ho spostato due amplificatori per chitarra e il mio pc dentro il bagno, i ragazzi sono entrati tutti riempiendo il bagno e io ho potuto iniziare. E’ stato impressionante perché era troppo stretto per cui il suono finì per essere veramente ad un volume spropositato, quasi alla soglia del dolore.
Claire: Abbiamo suonato in un sacco di posti incredibili quest’anno. Abbiamo suonato in una grotta in Norvegia… Abbiamo suonato su una nave a Stoccolma, una nave colma di Harley Davidson.
Jona: Sì, non ha senso, moto e navi: non ha proprio senso. Credo proprio che la gente ci voglia veder suonare sulle navi. Abbiamo fatto la presentazione del disco su uno yacht, Yacht su uno yacht. E successivamente ho suonato a Tolosa in Francia su una nave, infine la nave delle Harley…
Claire: E’ veramente incredibile. Non so per quale motivo il tema era Harley Davidson, ma è stato divertentissimo, una vera e propria festa in nave.
Jona: Invece per quanto riguarda le registrazioni, preferiamo farle a casa, qualunque essa sia in quel momento. Il nuovo album, ad esempio, è stato realizzato quasi tutto in Texas nel mezzo del deserto dove abbiamo vissuto per 2 mesi. Abbiamo affittato una casa provato e registrato moltissime cose. Comunque non registro mai in uno studio, mi sento più a mio agio e lavoro in modo più naturale e spontaneo in un ambiente familiare.
Qual era la tua esigenza principale quando hai deciso di porre fine all’esperienza The Blow?
Jona: Fin dal principio lavorare nei Blow è stato stressante e molto pesante. Eravamo sempre a litigare. Khaela voleva una cosa, io un’altra, ma tutt’ora non ho chiaro cosa queste cose fossero esattamente, so che eravamo sempre infelici quando suonavamo insieme. E’ triste perché mi piace molto quello che abbiamo prodotto. E’ stato grande, nel senso non è stato divertente lavorare insieme ma il prodotto definitivo era davvero buono. Certo è un po’ triste… mi puoi aiutare a spiegare, Claire? Tu eri insieme a me nel momento della rottura definitiva.
Claire: Non so se posso aggiungere realmente qualcosa… Ecco, Jona è certo più felice ora.
Jona: Sì, mi sento più sereno. Ecco noi non ci parliamo neanche più, non siamo più amici. Questo è molto triste. Comunque in Yacht sento che io e Claire riusciamo ad approfondire ogni idea al massimo. Se ci viene in mente qualcosa di assurdo su come un pezzo può suonare o su come far evolvere una melodia, abbiamo totale libertà di creare. Con i Blow c’era sempre tutto da programmare ed eravamo veramente incapaci di sperimentare insieme, sempre a darci contro, contraddirci. Per cui sì, il mio bisogno principale facendo musica non è litigare ma esser felice.
Mi incuriosisce la bacchetta magica che tieni in mano sulla copertina dell’album, so che ne hai ordinate un migliaio, a cosa ti sono servite? Sei forse appassionato di magia e incantesimi?
Claire: Ne abbiamo ancora 300 a casa delle 1000 che avevamo ordinato.
Jona: Sì, per un periodo le regalavamo a chiunque le volesse perché ne avevamo troppe, comunque l’idea era di spedirle insieme al disco in una sorta di omaggio promozionale, come con le riviste, hai presente? Noi regalavamo una bacchetta magica, la trovavo un’idea carina. Riguardo alla magia no, non siamo molto interessati, ma è stato divertente, soprattutto per me, quando durante la presentazione di " I Belive in You, Your Magic is Real " abbiamo indossato cilindro e guanti bianchi; così per qualche tempo ho fatto delle ricerche sulla società dei maghi negli Stati Uniti. Tutto quell’universo è davvero pazzesco, e la gente prende le cose molto sul serio. Io in realtà ero solo curioso di saperne di più.
Continuando a produrre sempre nuova musica, sei più o meno interessato a scoprire e ascoltare uscite nuove di altre band?
Jona: Mi interesso e seguo volentieri tutto ciò che producono musicalmente alcune band di amici, il loro lavoro influenza anche molto la nostra musica, ma per quanto riguarda altre cose non credo di informarmi troppo, non sono sempre al computer alla ricerca della prossima incredibile band o dell’ultima uscita discografica.
Claire: E’ così difficile di questi tempi essere al corrente con tutta la musica nuova che circola, specialmente grazie ad internet. Ogni giorno c’è una nuova band che tu devi conoscere e che si suppone che tutti debbano..
Jona: La scoperta di qualsiasi cosa è troppo veloce ora.
Claire: Se tu ignori tutto non ti devi preoccupare di non esserne a conoscenza. Questo è quello che penso io. Io aspetto, perché le mode passano prima o poi e con il tempo me ne rendo sempre più conto. Per questo preferisco la musica del passato.
Jona: Credo che qualsiasi cosa sia già stata più o meno fatta, per cui preferisco ascoltare cose vecchie piuttosto che musica nuova. Ad ogni modo ci sono sempre delle eccezioni. E credo che gli artisti che conosciamo siano molto bravi nel creare sound freschi e intelligenti.
Per cui se voi foste solo degli ascoltatori probabilmente non vi ascoltreste… (risata)
Jona e Claire: Si, può essere...(ridendo)
“Our Friends in Hell” è una compilation di remix che hai fatto per altri artisti come Architecture in Helsinki, Bobby Birdman, Copy e ne hai creati anche degli altri di recente per Ratatat e Stereolab. Qual è la tua idea di remix? Dipende molto dall’artista?
Jona: Dipende molto dall’artista, ma in generale il mio proposito è quello di cambiare il pezzo il più possibile, ma sempre lasciando traccia dell’originale. Ci sono molti remix che suonano esattamente come la canzone originale ,ma con una base “unz, unz, unz, unz” diventando per questo“remix”. A me piace far suonare questi brani come qualcosa di nuovo, in cui ci sia un po’ di me, così che il pezzo suoni allo stesso tempo anche come Yacht. Questo dipende molto dalla collaborazione con l’autore dell’originale e da come io mi ci avvicino.
Qual è il remix di cui vai più orgoglioso?
Jona: Quale ti piace di più Claire?
Claire: I remix che hai fatto per gli Architecture Helsinki credo siano i migliori. Siamo stati in tour con loro, successivamente hanno cominciato a suonare alcuni dei loro brani in modo diverso, perché volevano suonassero più simili ai remix che Jona aveva fatto... Ecco questo è l’ultimo complimento che ti faccio riguardo ai remix (ridendo).
Jona: Già, me ne ero dimenticato, è stato carino. A me piace moltissimo il remix per gli Stereolab che ho fatto di recente. Anche se è stato davvero divertente fare i remix per gli Architecture in Helsinky.
Se ti do una lista di nomi con cui hai avuto in qualche modo a che fare, ti va di raccontarmi qualcosa di relativo alla tua esperienza insieme? E-Rock, Lucky Dragons, Devendra Banhart, Ratatat… Scegli pure.
Jona: Conosci E-rock? Lui è il migliore. Stavo giusto chattando con lui oggi. Produce sempre cose nuove, ma non le incide, questa è la cosa triste. E’ incredibilmente geloso della sua musica e di tutto ciò che fa… Ma è uno dei miei artisti visivi preferiti. Da poco ci ha fatto un remix che credo proprio metteremo nel prossimo singolo su DFA. E’ ottimo!
Intervista a cura di Daniela Cia
Riprese: Giulia Tirelli e Melissa Morandin
Montaggio: Giulia Tirelli e Sergio Pigozzi
Video realizzato in collaborazione con Punto Video Toselli/Punto Giovani
