domenica 14 febbraio 2010

pulse#124: Jackie-O-Motherfucker (Fire, USA) @ Pixelle Do 14.02.2010 + Dragging an Ox through Water

A.S.U. [Associazione Studenti Universitari] e PIXELLE presentano:

Pulse#124:
Jackie O' Motherfucker (Fire records, USA)
jackie
http://www.myspace.com/jomf http://www.uzuaudio.com

+ Dragging an Ox through Water (Awesome Vistas, USA)
dragging an ox
http://dragginganox.blogspot.com/
http://www.myspace.com/dragginganox

Domenica 14 febbraio, h.21.45 @ Pixelle, Padova

San Valentino per noi sarà questo: niente cioccolatini indigesti, cenette a lume di candela, bensì un doppio set rock psichedelico che si preannuncia notevolissimo, ultima tappa italiana del supertitolato progetto del dinoccolato Tom Greenwood, i Jackie O' Motherfucker, introdotto in apertura dal set di Dragging an Ox through Water, ovvero Brian Mumford, membro anch'esso dell'attuale formazione di JOMF...
Adorati da Sonic Youth e Mogwai, collaboratori di Godspeed You! Black Emperor, incensati dalla stampa specializzata di mezzo mondo (uno su tutti, The Wire ha dedicato loro la copertina qualche tempo fa), i Jackie-O Motherfucker sono uno dei pochi gruppi che potrebbe stare contemporaneamente in un volume dell'Anthology Of American Folk Music come pure in una raccolta della Knitting Factory, in una teca dello Smithsonian Institute come in un basement berlinese. Già il nome li introduce senza vie di mezzo, con quella O grande in mezzo intenta a gettare petrolio su fiamme profanatrici.
JOMF è American Folk Music ma non solo. Nel tempo, ha attraversato il jazz più d'avanguardia, al suono delle radici si è unita la costante necessità di andare oltre,e il risultato è quanto di più psichedelico si possa ascoltare nel panorama musicale odierno: chitarre che suonano come sitar, percussioni, tape loops, xilofoni, sax, clarinetti, voci fino ad evolvere nel suono attuale, più "compatto" e, in un certo senso space rock.

"Jackie-O Motherfucker ha sviluppato una liberatoria estetica di armonioso rumore, come un baluardo contro le forze del conservatorismo e della mercificazione."

Edwin Pouncey The Wire.

La stampa specializzata ne fa dei paladini della New Weird America, the Wire dedica loro la copertina nel dicembre 2002, ma i Jackie-O Motherfucker non si adagiano sugli allori, anzi: negli ultimi 15 anni si sono costantemente evoluti, con una ridda di membri e collaboratori che si alternano intorno al pilastro Tom Greenwood secondo l'idea di collettivo "aperto" I Jackie O Motherfucker si formano nel 1994 attorno al sassofonista Nester Bucket e al dinoccolato chitarrista Tom Greenwood.
Si sono alternati all'interno della band circa 20 elementi sparsi su tre citta' (Portland, New York, Baltimora), a seconda degli spostamenti dei leader. Dagli esordi su etichette di culto quali FishEye e Roadcone (su questa -di cui non riesco ahimè a fornire riferimenti web- è poi uscito nel 2001 l'album Liberation che valse loro la succitata copertina di The Wire, oltre ad una ventina di titoli a nome di personaggi chiave della scena: Thurston Moore, Loren Mazzacane Connors, Alan Licht, Vibracathedral Orchestra e Califone e Rollerball) grazie al loro sound capace di evocare folk music, field recordings, psychedelia, e noise, i Jackie-O si affermano rapidamente come dei congiuratori sonici in grado di spaziare attraverso l'avanguardia di varie epoche, conquistando un numero crescente di estimatori e fan.
La musica infatti attinge da fonti disparate rielaborando poi il tutto secondo una tradizione riconducibile agli anni Sessanta-Settanta. L'ambizione e' quindi quella di una sorta di musica totale che assorbe e disintegra allo stesso tempo elementi della tradizione americana, psichedelia, free jazz...
Gli anni recenti li hanno visti agitatori di molte situazioni culto dell'indie rock globale, a cominciare dalle partecipazioni al famigerato All Tomorrow's Party per la cui etichetta è uscito la ristampa dei due "WOW" e "The Magick Fire Music", inizialmente editi rispettivamente da Fish Eye e dalla thurstoniana Ecstatic Peace.

Recentemente, nell'estate 2009, è uscito su Fire records il loro ultimo "Ballads Of The Revolution", di cui vi proponiamo una recensione più avanti...

di Dragging an Ox through Water, giusto una succinta bio:

Nato a Twin Fall, ID, Brian Mumford cresce muovendosi tra Oklahoma, Montana e Colorado. L'ambiente in cui nasce gli trasmette un precoce amore per il canto virtuosistico del country americano prima di sviluppare il gusto per i recording distorti e l'industrial. Il suo progetto Dragging an Ox through Water, in continua evoluzione, sposa il tipico accento lirico del country e del folk sporcandolo con feedback e distorsioni, droni, nastri e oscillatori autocostruiti, generando autentica "weird american music".

Ingresso: 8 euro
inoltre, per non non cozzare con lo spirito della giornata degli innamorati, le coppie che daranno significativa controprova del loro livello di affiatamento avranno (proporzionale) diritto ad uno sconto ad insindacabile giudizio del personale in cassa.


Due parole su "Ballads Of The Revolution"

Finalmente il figliol prodigo Tom Greenwood torna a casa. Un modo come un altro per dire che con Ballads Of The Revolution - un eufemismo? Il ricordo dei tardi '60 in fermento? - i suoi Jackie-O' Motherfucker ritornano su livelli di assoluta eccellenza, riscrivendo parzialmente le tavole della cosiddetta New Weird America. Stilisticamente il gruppo continua a gravitare attorno alla magnetica personalità del musicista di Portland - che non intende affatto distaccarsi dall'attitudine e dalla veste sonora che ne han fatto un'istituzione nei circuiti underground più esegeti, bensì prova a rendere più fascinoso il suo intruglio di psichedelia e libero folk tornando a confezionare canzoni degne di questo nome. Un piccolo smarrimento era occorso ai nostri, che giunti al traguardo del decimo album in studio, sembrano andare a nozze con sonorità certo lisergiche, eppure capaci di accogliere elementi di elettronica povera e di musica da western (lo stomp quasi morriconiano di Lost Jimmy Walen) come introspettivi passaggi giusto in bilico tra la recitazione del re lucertola ed i rintocchi chitarristici di Jerry Garcia.

Greenwood è l'unico sopravvissuto del nucleo originale, giunto al suo quindicesimo anno d'attività, nonostante i notevoli rimpasti di line-up. Di certo gli accompagnatori di questa rivoluzione virtuale si fanno sentire, il chitarrista Nick Bindeman ruba spesso la scena, immergendo la sua sei corde in un virale e vorticoso rito pagano.

Un occhio sempre severo alla tradizione non manca con la rivisitazione della ballata classica Nightingale , dove compare la pedal steel di Lewi Longmire, ma il desiderio di ricerca è sempre dietro l'angolo, soprattutto quando si interagisce con realtà moderne, come i Lucky Dragons, dei quali viene ripresa in chiave fortemente improvvisativa Dark Falcon, con alla voce un'ispirata Oney Owens, in arte Valet (Kranky).

Ballads Of The Revolution è un disco incredibile, capace di rimembrare lo spleen esistenziale di Mark Kozelek e dei suoi Red House Painters, il dream pop degli Opal e la tradizione delle grandi band di San Francisco in odore di Nuggets.

Una fascino antico rinnovato attraverso trovate sempre attuali, il rock desertico che diviene una scappatoia all'inferno metropolitano, Tom Greenwood sa ancora come cullarci, attraverso nenie dal sapore dissacrante, in uno spazio sospeso tra chitarre fuzz ed ululati che hanno ben poco di umano. Dall'improvvisazione radicale al country & western, con mille sfaccettature nel mezzo. Che sia proprio questo l'album definitivo di Jackie-O' Motherfucker?


di seguito qualche video, cominciando, con un minimo di autoreferenzialità, proprio dal pulse#77, il primo dicembre 2007...





qui invece un video di "Dragging an Ox through Water"

martedì 9 febbraio 2010

Pulse#123: ARBOREA (Borne!, USA) @ La Mela di Newton- Martedì 9 Febbraio, Padova

A.S.U. [Associazione Studenti Universitari] e La Mela di Newton presentano:
Pulse#123: Arborea (Borne!, USA)
arborea
http://www.myspace.com/arborea2 http://arboreamusic.blogspot.com/
Martedì 9 febbraio h. 20.45 @ La Mela di Newton, Padova

Rieccoci alla Mela... speravamo di inerrompere questo trend U.S.A. che ultimamente contraddistingue le proposte pulse (ri)proponendovi in febbraio Mi and L'au, ma l'ennesima posticipazione del tour ci costringe ad aspettare ancora... Poco male, recuperiamo cogliendo al volo l'occasione di ospitare gli ARBOREA, anche loro sulla medesima etichetta Borne! e anche loro coppia consolidata nell'ambito neo folk, ma di origine statunitense, nonché negli ultimi anni più prolifica ed attiva... (tre album in 4 anni, diverse apparizioni in compilation del settore, l'ultima delle quali, Leaves of Life é stata da loro stessi curata e annovera tra gli altri la partecipazione di vari pezzi grossi e prossimi astri della "scena" quali Devendra Banhart, Marissa Nadler, Rio en Medio, Micah Blue Smaldone, gli stessi Mi and L'au, Larkin Grimm e avanti dicendo... )

Provenienti dal Maine, gli Arborea sono uno dei nomi di punta del "neo folk" americano e il progetto é formato dal duo Buck e Shanti Curran (voce, percussioni, banjo e chitarre) al quale su disco si aggiunge la violoncellista Helena Espvell degli Espers. Dal loro incontro nasce una musica che ha solide radici nella musica proveniente dagli Appalachi, la musica folk tradizionale inglese, il folk psichedelico contemporaneo con presupposti sperimentali sommariamente quieti ma intensi. Da qui nasce"Arborea" il loro disco omonimo uscito quest'anno per la Fire Museum, accolto molto bene su Blow Up (8/10) e dalle altre riviste del settore. Le canzoni all'interno dell'album sono sospese ed eteree, anche grazie alla splendida voce di Shanti, che dona ai brani grazia e trasporto verso la loro terra, immersa nella natura più incontaminata e verde. Paragoni simili si possono fare solo per il primo album degli Espers e Fern Knight. Una musica unica: un barlume di antichità mischiato con l'avanguardia sperimentale di oggi, il tutto con un coinvolgimento ancestrale. Le capacità e la loro musica entra in completa sintonia con la natura e con gli alberi, da cui hanno preso spunto per il loro nome.


venerdì 8 gennaio 2010

pulse#121: Above the Tree (Boring Machines, et alter ITA) @ La Mela di Newton, VE 8 Gennaio

ASU Associazione Studenti Universitari
in collaborazione con La Mela di Newton presenta:


Pulse#121:
Above the Tree
(Boring Machines, Marinaio Gaio, About A Boy, Untouchable Woman,
Shipwreck, Stonature, Brigadisco e scusa se è poco..., ITA)

marco bernacchia

psychfolk mistico y disturbato
http://www.myspace.com/bluerevenge1

Venerdì 8 Gennaio @ La Mela di Newton,
via della Paglia, 2 Padova
h.20.45

A.S.U., in collaborazione con la Mela di Newton, è felice di proporre per la quarta volta e in uno spazio ancora diverso uno dei nostri prediletti della scena italistica.
Quindi dopo un house show, un summer, un'aperitivo antigelmini in ASU, ecco che Above the Tree/Marco Bernacchia torna con la sua chitarra, la sua voce disturbata i suoi mantra blues e inaugura la programmazione 2010 della Mela...

Apropos: Auguri...

qui di seguito un paio di recensioni, precedute dalla costantemente envergreen recensione di Enrico Veronese per il ssf08

"Marco Bernacchia ha realizzato uno dei dischi italiani più belli dell'anno, del tutto avulso da logiche mercantili o considerazioni sui tempi: "Blue revenge" solletica i colpiti in fronte dal SIB-recupero del prewar folk dopo la liberalizzazione dei solchi, introducendo dosati quozienti di sperimentazione acustica sopra temi poco rough o raw.
Un cuore nero batte a Senigallia."

Al tempo stavamo appunto parlando di "Blue Revenge", ma adesso, da qualche mese c'é Minimal love, suo ultimo lavoro uscito nel 2009 con la collaborazione di ben sette realtà
indipendenti italiane (Boring Machines, Marinaio Gaio, About A Boy, Untouchable Woman, Shipwreck, Stonature, Brigadisco) delinea un suono desertico di sperimentazione sonora e canora che lo rende unico nel suo genere per (almeno) il panorama italiano...

per le recensioni/commenti/dowload vedete appunto più in basso

ci si vede lì...
non dimenticate la tessera arci, e all'ingresso vi si chiederà un obolo
di 2 o 3 euro...


Come avevamo finito il 2009 mollando sul blog la combo video + intervista
di Dodos, il 2010 comincia anche lui con un ripescaggio dal medesimo paniere.
La combo questa volta comprende il video del brano "Psychic City (Voodoo City)", tratto dal disco See Mystery Lights, il live è datato dicembre 2008 ed é
quello di Yacht, e ovviamente l'intervista a loro medesimi.

Il tutto ovviamente impacchettato sul Blog, per l'esattezza
, QUI


Di "Minimal Love" Ondarock dice:

In “Minimal Love" prevale un’idea di mosaico psichedelico mistico ma disturbato.
Dopo il preludio di “Donkey’s Eyes”, Bernacchia passa così in rassegna tutta una serie di felici congetture lisergiche; dalla trance hare krishna di “70% Of Hate” al cicaleccio illusionista “Let Me Know”, dalla meditazione folk di “Plotone negro” al quadretto appalachiano di “Ta -Ta - Ta - T”, finanche al piccolo collage elettroacustico blues-rock di “Go Home” e alla curiosa nenia assorta da radio microfono di “Paparinski”.
L’autore si riscopre nuovamente dipintore (talvolta facendo prevalere i corredi sonici, come il vociare confuso, i timbri di farfisa e di cornamusa, i rumori di una macchina da scrivere, sull’armonia portante), ma con un aumentato coraggio.
Qua e là fanno capolino pezzi che cominciano a rilevare una forma riconoscibile, come “Gli oggetti”, degna dei Flaming Lips più lineari, o la strimpellata di “Hallo Winter”, o ancora lo stornello Barrett-iano (ma anche Incredible String Band) di “Bunny In Love”, mentre altri rimangono solamente inerti, come “Le signorine che nuotano” o “Silent Song”.

http://www.ondarock.it/recensioni/2009_abovethetree.htm

e un commento da Anomolo, da dove potete anche assaggiare "Blue Revenge"

http://www.anomolo.com/media/above_the_tree/blue_revenge



La completezza è un’ambizione folle ma comprensibile. La perfezione un’illusione di onnipotenza decisamente incomprensibile. Il resto è parzialità, istantaneità e vento che soffia su miliardi di vite mescolando sequenze di attimi per dare un’immagine coerente all’esistenza. Compresa l’equazione, qualunque atto acquista importanza nell’accettazione della sua transitorietà e della sua caducità.
Solo così si supera il limite di ciò che per sua natura è limitato e l’arte torna a scavare dentro e oltre le apparenze. La musica di Above the tree è la prova che ciò accade ancora, che lo strumento più astratto che la natura ci ha offerto, il suono, può servire a costruire scenari
perfetti proporzionalmente alla loro imperfezione.
Qui non ci sono estenuanti ricerche del bel suono, dell’equilibrio formale, delle armonie simmetriche e aggraziate ma pezzi di metallo arrugginito che strisciano su frammenti di vetro e sabbia, motori malfunzionanti che lamentano i segni del tempo e canti biascicati soffocati dalla tosse.
Eppure non un solo pezzetto di queste schegge sonore sembra costruito su tali basi: le canzoni (termine certamente improprio in questo caso) chiedono di essere riascoltate ripetutamente perché il loro linguaggio complessivo, che lo si creda o no, è un magico e potente catalizzatore
emotivo capace di portare i sensi in dimensioni inconsuete.
Non cercate somiglianze a tutti i costi, non ce ne sono, piuttosto lasciatevi trasportare dentro questo microcosmo di musica contemporanea e fate attenzione a tutti i dettagli. Niente di definitivo, solo frammenti mortali di luce abbagliante.

http://www.anomolo.com/media/above_the_tree








mercoledì 6 gennaio 2010

Estratto video + Intervista: Yacht - pulse#103 @ Stalker Realoaded

E ora che abbiamo cominciato non ci ferma più nessuno!
Per augurarvi un buon 2010, pulse vi regala..

video+intervista

PULSE#103: YACHT - Stalker Reloaded, 10 dicembre 2008


Il brano eseguito nel video è:

Psychic City (Voodoo City)
tratto da:
See Mystery Lights (DFA, 2009)

PULSE#103 - Yacht live @ Stalker Realoaded from Pulse Data on Vimeo


Padova, Stalker Reloaded 10/12/2008

Tempo da lupi mannari e piogge torrenziali fanno da cornice a questo pulse infrasettimanale, ma una volta dentro Jona Bechtolt (sosia del Bugo nostrano -guardare per credere-)in arte Yacht e la sua graziosa compagna Claire Evans hanno fatto del loro meglio per dare tutt’altra piega alla serata tra mix di colori pop sgargianti e ritmi dancefloor scatentati.

Cos’è "Yacht" esattamente, da dove nasce il nome? Ma soprattutto Yacht vuole essere una band o semplicemente un acronimo per te solo?

Jona: No, no siamo in due nello show e allo stesso tempo sono io. Yacht è un’abbreviazione, sta per Young American Challenging High Technology, Y-A-C-H-T, ma attualmente non significa niente se non che entrambi ci esibiamo in qualche modo, suonando ma anche ballando o usando i video.

Claire: Yacht è un suono che fai con la bocca: Yacht… prova!

Jona: Yacht significa che ti piombiamo in casa e cominciamo a giocare ai videogames, ecco significa anche questo. Può significare tante cose, e allo stesso tempo niente.

Tu e Claire Venite da Portland, nell’Oregon: in qualche modo questa città è diventata un punto di riferimento per la scena indie rock. Portland ha accolto musicisti come Sleater Kinney, Stephen Malkmus, Elliot Smith, Decemberists. Quanto vi sentite parte di questa scena e quanto vi ha affascinato ?

Jona: Nessuna di queste band ha influenzato realmente Portland secondo me, perché si sono trasferite lì più tardi…

Claire: E per di più sono tutti più vecchi di noi, fanno parte di quella generazione di indie rock americano anni '90.

Jona: Le Sleater Kinney comunque sono grandi! Ciò che intendo è che tutti questi artisti sono stati fonte d’ispirazione per entrambi: Sleater Kinney, Pavement ci hanno influenzato molto nella crescita, ma non so se Portland sia veramente cambiata grazie a loro.

Claire: Mi ricordo quando per la prima volta mi sono affacciata al panorama musicale e mi sono resa conto che i gruppi che mi piacevano vivevano a Portland è stato grandioso, ma non ho mai visto nessuno di loro in giro, credo di aver visto Stephen Malkmus solo 2 volte in 24 anni.

Jona: Sì, non saprei. Portland è un posto magico, ma credo appartenga più ai nostri amici e alle persone che conosciamo che suonano e che ci hanno davvero influenzato, oltre che cambiato il modo che avevamo di fare musica . Gente come White Rainbow, Valet, tutta la Marriage Records e la States Rights Records . Ora come ora tutte queste persone stanno facendo delle grandi cose .

The Summer Song è una canzone d’amore dedicata ai vostri compagni di tour LCD Soundsystem. Ti va di raccontarmi cos’è successo quell’estate?

Jona: Oh sì, siamo stati in tour tutto l’anno scorso. Tutto il 2007 è stato un tour pazzesco. Abbiamo fatto 200 concerti, una cosa come, in media, uno show al giorno: da impazzire! E mi sento ancora elettrizzato da quell’esperienza. Abbiamo scritto quella canzone in un giorno di pausa del tour con gli LCD e l’abbiamo fatta in pochissimo tempo, credo un paio d’ore, qualcosa di divertente che volevamo solo mettere gratis sul sito. Doveva essere un semplice mp3 di un momento dell’estate e improvvisamente ecco che un anno dopo James Murphy mi chiama chiedendomi se avevo degli altri pezzi nuovi e di fare uscire un album. E’ stata una sorpresa incredibile: ero scioccato all’idea che la DFA volesse veramente produrre un nostro disco, ma è stato anche divertente pensare che quella canzone fatta in così poco tempo diventasse la più famosa. In verità, pensandoci bene, capita a molte band di fare un pezzo per gioco o per caso e poi che proprio questo diventi il pezzo forte.

Claire: Come per i Chumbawamba.

Jona: Sì, esattamente come per i Chumbawamba

Qual è il posto più strano dove avete suonato e/o registrato? E raccontatemi se magari la particolarità del posto ha caratterizzato in qualche modo la registrazione o il concerto.

Jona: Il posto più bizzarro dove ho suonato è dentro un bagno a St. Louis, Missouri. E’ successo nel 2004. Ero in tour per suonare a Chicago e due ragazzine mi contattarono su myspace dicendomi che c’era la possibilità di avere una data a St. Louis, io risposi Ok. Non avrei mai immaginato di finire a suonare in bagno…

Ed era un concerto in un bagno? Beh era un bagno gigante…

Jona: No, era piuttosto un buco. Era la casa della nonna di questi ragazzini, aveva uno scantinato dove lasciava liberi i nipoti e i loro amichetti di girare e fare quello che volevano. Per cui c’erano circa 15 ragazzi tutti con l’apparecchio ai denti. Sembravano piccoli nerd e tutti interessati alla musica noise, ero esterefatto che quei ragazzini così giovani fossero tanto informati e all’avanguardia. Ad ogni modo, mi hanno portato lì e mi hanno detto: “Ok, ora puoi suonare!”. Mi sono sentito un po’ a disagio, nel frattempo mi guardavo intorno alla ricerca del posto più strano dove potessi suonare. Così ho spostato due amplificatori per chitarra e il mio pc dentro il bagno, i ragazzi sono entrati tutti riempiendo il bagno e io ho potuto iniziare. E’ stato impressionante perché era troppo stretto per cui il suono finì per essere veramente ad un volume spropositato, quasi alla soglia del dolore.

Claire: Abbiamo suonato in un sacco di posti incredibili quest’anno. Abbiamo suonato in una grotta in Norvegia… Abbiamo suonato su una nave a Stoccolma, una nave colma di Harley Davidson.

Jona: Sì, non ha senso, moto e navi: non ha proprio senso. Credo proprio che la gente ci voglia veder suonare sulle navi. Abbiamo fatto la presentazione del disco su uno yacht, Yacht su uno yacht. E successivamente ho suonato a Tolosa in Francia su una nave, infine la nave delle Harley…

Claire: E’ veramente incredibile. Non so per quale motivo il tema era Harley Davidson, ma è stato divertentissimo, una vera e propria festa in nave.

Jona: Invece per quanto riguarda le registrazioni, preferiamo farle a casa, qualunque essa sia in quel momento. Il nuovo album, ad esempio, è stato realizzato quasi tutto in Texas nel mezzo del deserto dove abbiamo vissuto per 2 mesi. Abbiamo affittato una casa provato e registrato moltissime cose. Comunque non registro mai in uno studio, mi sento più a mio agio e lavoro in modo più naturale e spontaneo in un ambiente familiare.

Qual era la tua esigenza principale quando hai deciso di porre fine all’esperienza The Blow?

Jona: Fin dal principio lavorare nei Blow è stato stressante e molto pesante. Eravamo sempre a litigare. Khaela voleva una cosa, io un’altra, ma tutt’ora non ho chiaro cosa queste cose fossero esattamente, so che eravamo sempre infelici quando suonavamo insieme. E’ triste perché mi piace molto quello che abbiamo prodotto. E’ stato grande, nel senso non è stato divertente lavorare insieme ma il prodotto definitivo era davvero buono. Certo è un po’ triste… mi puoi aiutare a spiegare, Claire? Tu eri insieme a me nel momento della rottura definitiva.

Claire: Non so se posso aggiungere realmente qualcosa… Ecco, Jona è certo più felice ora.

Jona: Sì, mi sento più sereno. Ecco noi non ci parliamo neanche più, non siamo più amici. Questo è molto triste. Comunque in Yacht sento che io e Claire riusciamo ad approfondire ogni idea al massimo. Se ci viene in mente qualcosa di assurdo su come un pezzo può suonare o su come far evolvere una melodia, abbiamo totale libertà di creare. Con i Blow c’era sempre tutto da programmare ed eravamo veramente incapaci di sperimentare insieme, sempre a darci contro, contraddirci. Per cui sì, il mio bisogno principale facendo musica non è litigare ma esser felice.

Mi incuriosisce la bacchetta magica che tieni in mano sulla copertina dell’album, so che ne hai ordinate un migliaio, a cosa ti sono servite? Sei forse appassionato di magia e incantesimi?

Claire: Ne abbiamo ancora 300 a casa delle 1000 che avevamo ordinato.

Jona: Sì, per un periodo le regalavamo a chiunque le volesse perché ne avevamo troppe, comunque l’idea era di spedirle insieme al disco in una sorta di omaggio promozionale, come con le riviste, hai presente? Noi regalavamo una bacchetta magica, la trovavo un’idea carina. Riguardo alla magia no, non siamo molto interessati, ma è stato divertente, soprattutto per me, quando durante la presentazione di " I Belive in You, Your Magic is Real " abbiamo indossato cilindro e guanti bianchi; così per qualche tempo ho fatto delle ricerche sulla società dei maghi negli Stati Uniti. Tutto quell’universo è davvero pazzesco, e la gente prende le cose molto sul serio. Io in realtà ero solo curioso di saperne di più.

Continuando a produrre sempre nuova musica, sei più o meno interessato a scoprire e ascoltare uscite nuove di altre band?

Jona: Mi interesso e seguo volentieri tutto ciò che producono musicalmente alcune band di amici, il loro lavoro influenza anche molto la nostra musica, ma per quanto riguarda altre cose non credo di informarmi troppo, non sono sempre al computer alla ricerca della prossima incredibile band o dell’ultima uscita discografica.

Claire: E’ così difficile di questi tempi essere al corrente con tutta la musica nuova che circola, specialmente grazie ad internet. Ogni giorno c’è una nuova band che tu devi conoscere e che si suppone che tutti debbano..

Jona: La scoperta di qualsiasi cosa è troppo veloce ora.

Claire: Se tu ignori tutto non ti devi preoccupare di non esserne a conoscenza. Questo è quello che penso io. Io aspetto, perché le mode passano prima o poi e con il tempo me ne rendo sempre più conto. Per questo preferisco la musica del passato.

Jona: Credo che qualsiasi cosa sia già stata più o meno fatta, per cui preferisco ascoltare cose vecchie piuttosto che musica nuova. Ad ogni modo ci sono sempre delle eccezioni. E credo che gli artisti che conosciamo siano molto bravi nel creare sound freschi e intelligenti.

Per cui se voi foste solo degli ascoltatori probabilmente non vi ascoltreste… (risata)

Jona e Claire: Si, può essere...(ridendo)

“Our Friends in Hell” è una compilation di remix che hai fatto per altri artisti come Architecture in Helsinki, Bobby Birdman, Copy e ne hai creati anche degli altri di recente per Ratatat e Stereolab. Qual è la tua idea di remix? Dipende molto dall’artista?

Jona: Dipende molto dall’artista, ma in generale il mio proposito è quello di cambiare il pezzo il più possibile, ma sempre lasciando traccia dell’originale. Ci sono molti remix che suonano esattamente come la canzone originale ,ma con una base “unz, unz, unz, unz” diventando per questo“remix”. A me piace far suonare questi brani come qualcosa di nuovo, in cui ci sia un po’ di me, così che il pezzo suoni allo stesso tempo anche come Yacht. Questo dipende molto dalla collaborazione con l’autore dell’originale e da come io mi ci avvicino.

Qual è il remix di cui vai più orgoglioso?

Jona: Quale ti piace di più Claire?

Claire: I remix che hai fatto per gli Architecture Helsinki credo siano i migliori. Siamo stati in tour con loro, successivamente hanno cominciato a suonare alcuni dei loro brani in modo diverso, perché volevano suonassero più simili ai remix che Jona aveva fatto... Ecco questo è l’ultimo complimento che ti faccio riguardo ai remix (ridendo).

Jona: Già, me ne ero dimenticato, è stato carino. A me piace moltissimo il remix per gli Stereolab che ho fatto di recente. Anche se è stato davvero divertente fare i remix per gli Architecture in Helsinky.

Se ti do una lista di nomi con cui hai avuto in qualche modo a che fare, ti va di raccontarmi qualcosa di relativo alla tua esperienza insieme? E-Rock, Lucky Dragons, Devendra Banhart, Ratatat… Scegli pure.

Jona: Conosci E-rock? Lui è il migliore. Stavo giusto chattando con lui oggi. Produce sempre cose nuove, ma non le incide, questa è la cosa triste. E’ incredibilmente geloso della sua musica e di tutto ciò che fa… Ma è uno dei miei artisti visivi preferiti. Da poco ci ha fatto un remix che credo proprio metteremo nel prossimo singolo su DFA. E’ ottimo!

Intervista a cura di Daniela Cia


Riprese: Giulia Tirelli e Melissa Morandin
Montaggio: Giulia Tirelli e Sergio Pigozzi

Video realizzato in collaborazione con Punto Video Toselli/Punto Giovani

venerdì 18 dicembre 2009

pulse#120: AU (USA - Aagoo) @ Pixelle VE 18 Dicembre

ASU Associazione Studenti Universitari in collaborazione con Pixelle presenta:

Pulse#120:
AU(AaGoo, USA)

AU

weird / pop /(not so) quiet folk
www.myspace.com/peaofthesea/
http://www.au-au-au.com

Venerdì 18 Dicembre @ Pixelle, via Domenico Turazza 19 int.4 h.22.30


Concludiamo la mesata di dittonghi con quello discendente di AU (in
realtà, vedendola dalla prospettiva anglofona, trattasi di ei-iu. Trittongo? )
A maggio scorso erano stati già ospiti pulsivi, sul palco dei carichi sospesi, un caldo come pochi, ma ne era valsa assolutamente la pena: da un lato il genio compositivo generosamente pop del polistrumentista Luke Wyland, dall'altro l'estrosità di uno dei batteristi più coinvolgenti e talentuosi recentemente visti, Dana Valatka (già in Jackie-O-Motherfucker).
All'epoca di tale data l'album che veniva portato in tour era "Verbs", risultato del contributo di moltissimi artisti di Portland coagulatisi attorno al capofila Wyland,
e la domanda che ci si poneva era come sarebbe stata resa tale coralità in un live a due.
La risposta, ex post, la si poteva riassumere in "Non lo so, ma spaccavan di brutto".
Il concerto ai carichi era finito inaspettatamente con il pubblico entusiasta raggruppato sulla scena che urlava, incitato dai due musicisti, cose che a PD fan sempre un certo scalpore, pur lasciando inevitabilmente un retrogusto catartico da terapia di gruppo (nulla da rimproverare agli AU, anzi... è il contesto padovano che difficilmente si lascia andare, e quando succede non ci si può che auspicarne un effetto terapeutico).

Nel frattempo l'estate è passata, è arrivato l'autunno: ad ottobre e novembre gli AU hanno aperto il tour americano di WHY? (Anticon). E leggendo in rete pare che gli abbiano pure rubato la scena...
Ad ottobre è pure uscito un loro ep,"Versions", accolto bene da Pitchfork e benissimo, qui da noi, da Blow Up (8 sul numero di novembre, vedi più
avanti lo stralcio di recensione).


Trattasi in realtà per buona metà di brani dal precedente Verbs, rivisti in chiave duo, probabile fall out dell'esperienza e della consapevolezza scaturita dai numerosi live che han coinvolto intensivamente Luke e Dana nell'intervallo tra le due pubblicazioni, come se i nostri avessero semplificato sopra e sotto elementi ritenuti ora superflui lasciando la sostanza, strumenti e la bellissima voce di Wyland in primo piano, arrangiamento accurato ma mai ridondante.

Ve ne proponiamo una recensione del sempre puntuale SentireAscoltare.

Skippando al finale, gli AU tornano in tour in Europa dopo meno di sei mesi, e data la rara bellezza del live e dei brani proposti dalla band, abbandoniamo la tipica reticenza a ripeterci in tempi così ravvicinati e quindi ci si vede lì!

Per tutti, prezzo egualitario: 6 euro.
+ tessera arci, of course



Per ora Pulse va in vacanza, non senza un piccolo presente, ovvero una combo video + intervista risalente ad ormai più di un anno fa, il video è quello del brano Fools, tratto dal concerto è quello dei DODOS, datato novembre 2008; il tutto ovviamente impacchettato sul Blog, per l'esattezza
QUI

qui invece un po' di recensioni, la prima da Blow Up, su Versions:


"Luke Wyland è uno straordinario talento di Portland... Ha tre dischi bellissimi alle spalle... Ha uno sviscerato interesse per tutto lo sperimentalismo americano, per la forma canzone corrotta e per la teatralità.
Insomma, un piccolo genio. Questo straordinario EP, ennesima dimostrazione della contagiosa inventiva sottesa al progetto, propone oltre a uno splendido inedito a nome Ida Walked Away, una serie di radicali stravolgimenti di brani tratti dalla produzione precedente.
Alla grossa potresti dirlo folk, ma contaminato di ascendenza colte e di quell'attitudine agli scompaginamenti della forma che sono propri dell'avanguardia e del jazz... fifties lounge, oscillazioni elettro-Umiliani, slide guitar perse nell'iperspazio, misticismi Popol Vuh, romanticismi Mercury Rev, carioca, vaudeville, Nino Rota, minimalismi mertensiani, tripudi di Hamond, suggestioni balcaniche..
E poi disarticolazioni elettroacustiche, strumenti trovati, declinazioni
populiste, ebbrezze sboccate, fantasmi canterburyani... Rispetto a quelle edite, queste versioni sono se possibile ancora più splendenti, sentite, imprescindibil... E investitti da tanta creatività non si può che pensare e sperare che ne vedremo ancora delle belle"
(8) P.Pardo, Blow Up novembre 2009


la seconda su Verbs:

Un delizioso coro di più di 20 persone da un lato e la tensione attutita di una malinconica ninna-nanna dall'altro.
Tra questi estremi così distanti si muove la sconcertante espansione estetica di Verbs, il nuovo lavoro dell'acclamato collettivo pop sperimentale di Portland Au (pronuncia "ay you"), che con le sue vorticose profondità ed intelligenti intuizioni promette di essere una delle sorprese più appaganti dell'anno.
Dopo l'esordio omonimodello scorso anno, l'architetto degli AU, Luke Wyland, ha fatto dei passi enormi per andare oltre la schiva sensibilità di quel disco e si è spinto verso nuovi confini.
Questo ha significato, in pratica, mettere insieme una vera e propria band - il cui fulcro è rappresentato dai polistrumentisti Johnathan Sielaff e Mark Kaylor - ma anche, in termini più ampi, aprirsi alle considerevoli risorse musicali di Portland.
Di conseguenza, Verbs è ricco dei contributi forniti da quasi trenta musicisti, in una lista che include le vocalist Sarah Winchester (A Weather) e Becky Dawson (Ah Holly Fam'ly, Saw Whet) oltre a, tra gli altri, membri di Yellow Swans, Parenthetical Girls ed Evolutionary Jass Band, il tutto a creare l'istantanea di un particolarissimo angolo dell'estesa comunità musicale della città.
Il disco che ne viene fuori - registrato nel corso di tre giorni ai Type Foundry Studios di Portland e finito nei due mesi successivi nello studio di Wyland - scorre tra estremi originali e improbabili e così jam pop come "RR vs D", si trovano assolutamente a proprio agio vicino alle meditazioni di "Two Seasons" e "Summer Heat". Inoltre, i diversi movimenti del disco lavorano in modo coeso e autonomo più che in passato, grazie anche agli arrangiamenti che si sviluppano per tutta la lunghezza dell'album.
Verbs è l'evoluzione entusiasta di tutti quei diamanti di pop asimmetrico che brillavano già nel debutto, le cui gemme calde e in stile Appalachi hanno trovato
corrispondenti con i suoni di Arnold Dreyblatt, Animal Collective, Terry Riley, Steve Reich e Grizzly Bear.
Le sue soluzioni inaspettate, guidate dalla mano sicura, competente e "classica" di
Wyland, ci regalano un disco sorprendente ed immediato al tempo stesso, carico di gioia
onesta e palpabile e che chiede solo di essere ascoltato.











mercoledì 16 dicembre 2009

Estratto video + Intervista: Dodos - pulse#99 (bis) @ Stalker Realoaded

Secondo episodio della combo Video+Intervista.
Si riparte dal #99(bis): Dodos - Stalker Reloaded, 25 novembre 2008
Il brano eseguito nel video è:
Fools
tratto da:
Visiter
(French Kiss, 2008)



PULSE#99 (bis) - Dodos live @ Stalker Reloaded [PD] from Pulse Data on Vimeo.



Stalker Reloaded, Padova 25/11/2009

Arrivo allo Stalker un po’ stizzita per il pacco gigante tirato dai Ruby Suns che avrebbero dovuto aprire la serata e che invece hanno preferito tornarsene in Nuova Zelanda, nonostante si fossero aggiudicati la colonna sonora dei miei viaggi in treno invernali. Suonano al loro posto gli anconetani el Cijo . Tra un cambio palco e l’altro ne approfitto per fare due chiacchiere con i Dodos. Ma capisco di dover per forza prima far conoscenza con la tour manager italiana che per altro vuole assistere all’intervista (che ansia!). I due comunque sembrano tranquillissimi uno in perfetto american outfit sorride ,l’altro più serio, un ciuffo scuro gli nasconde gli occhi e porta unghie decisamente più lunghe delle mie, sul momento inorridisco, poi mi viene in mente il tanto citato fingerpicking ed è tutto più chiaro.

Chi di voi si vuole presentare?

Logan: Batteria.

Meric: Voce e chitarra.

Quando hai cominciato a suonare Meric eri da solo e il nome della tua prima band era Dodo Bird, quando vi siete incontrati tu e Logan?

Meric: Ci siamo conosciuti due anni fa, quando lui era ancora un giovane metallaro skater. (risata)

Io stavo cercando un batterista e ora ci ritroviamo ad avere un cugino in comune: Ben..

Mi stai dicendo che siete diventati parenti?

Meric: No aspetta, ti sto facendo fare confusione: non abbiamo nessun legame di sangue. Però credo ci siano modi diversi di essere ugualmente legati, noi pensiamo e ci relazioniamo allo stesso modo perciò dico che siamo come cugini. Per di più quando abbiamo suonato la prima volta insieme ci ha presentato proprio mio cugino Ben e da lì eccoci.

Dove avete registrato il vostro ultimo album Visiter, uscito da poco per French Kiss?

Meric: L’abbiamo registrato a Portland, in un posto simile a questo.. certo senza tutte le insegne, senza la pubblicità della Budweiser e scritte che dicono “save your life, it’s crazy time” che comunque mi piacciono molto.

Si chiama “Type Foundry Studio” ed è un vecchio magazzino fornito di moltissimi strumenti, alcuni anche piuttosto complessi e strani. John Askew che è il proprietario dello studio ci ha aiutato a registrare .

Il vostro sound è genuino e diretto, anche l’uso degli strumenti, vi si può definire musicisti analogici in un mondo in cui prevale il digitale? Com’è il vostro rapporto con la tecnologia?

Logan: mi viene in mente proprio un episodio di poco tempo fa. Eravamo in tour con i Ruby Suns , che sono ripartiti stamattina (nella mia testa risuona un MALEDIZIONE!). Loro sono estremamente disinvolti nell’uso della tecnologia: molti sampler, pedali e altri effetti che usano per i loro pezzi. Ecco, guardando i loro set, oltre che suonandoci insieme, ho realizzato quanto io sia totalmente incapace di lavorare in modo così armonico e integrato con la tecnologia, a parte per l’uso basilare che ne facciamo su batteria e chitarra.

Ma è dunque tra i vostri propositi approfondire?

Logan: Sono molto interessato alle molteplici possibilità che offre. Per esempio Meric usa spesso il sampler per la voce, ma credo che noi siamo più attaccati ad un uso diretto, forse primitivo degli strumenti. (risata)

Meric: Vogliamo mantenerci fedeli al nostro istinto. Io amo l’uso della tecnologia digitale in musica, ma credo si tratti anche di una questione di resa live: io preferisco e mi diverte molto di più vedere persone che si muovono e suonano i loro strumenti.

In particolare la batteria, suona in un modo per cui mi piace vederla e sentirla.. come qualcosa che sta accadendo realmente, invece del solo movimento di dita...

Come quando si controlla la mail..

Meric: Si, ecco: anche se il suono che ne esce è tanto esplosivo da sembrare un vulcano proprio non mi convince visivamente, né ascoltando lo trovo affascinante.

A proposito del vostro background musicale, ho letto che tu Meric a parte la passione per la new wave, sei un buon conoscitore di poliritmi e percussioni africane. Non ti dispiace lasciare tutta la sessione ritmica a Logan?

Meric: Si certo. Io nella mia testa sono un incredibile batterista, (risata) ma quando si tratta di prendere in mano le bacchette non riesco minimamente a suonare come suona Logan, inoltre mi sento di smentire chi continua a dire che sono un eccezionale conoscitore di qualcosa.. a parte forse del mascarpone con la mostarda che ho appena scoperto stasera. (risate)

E tu Logan che mi dici della tua band progressive metal di una volta?

Logan: Uh, loro stanno andando forte anche senza di me. Forse non proprio forte come prima, ma vanno avanti bene. Non li ho più visti suonare da quando li ho lasciati ma so che hanno ancora date in giro. A volte mi viene un po’ di malinconia a pensare al mio periodo metal, ma credo che quello che sto facendo ora mi renda molto più soddisfatto.

I tuoi gusti musicali sono ancora gli stessi di prima?

Logan: Non del tutto. Mi piace ancora ascoltare musica pesante, ma non dello stesso tipo. Ad esempio, mi sono reso conto che un sacco di vocalizzi dell’heavy metal mi annoiano adesso.

A volte sono eccessivamente ridicoli, come nel black metal o nei pezzi strumentali heavy metal..non riesco nemmeno più a sopportare lo screaming hardcore, non hanno più niente a che vedere con la mia personalità. Perciò sì, i miei ascolti sono cambiati un po’.

Qual è lo show che avete fatto che vi è piaciuto di più? Raccontatemi qualcosa del concerto che avete fatto a Los Angeles di fronte ad una classe di bambini.

Meric: Oh, si beh era un anno fa, o forse più. Più che uno show era un suonare e tentare di stimolare qualcosa. Noi siamo andati in quella scuola con i nostri strumenti e abbiamo semplicemente fatto un po’ di rumore, dei suoni.. I bambini ci hanno fatto moltissime domande e anche riempiti di disegni che abbiamo pensato poi di sfruttare riutilizzandoli per le illustrazioni di Visiter e tutta la promozione del disco.

Il concerto che ci è piaciuto di più non saprei, ne abbiamo fatti molti durante questo tour. Ecco,forse l’altra sera a Vienna, eravamo lì, vero? Sì, Vienna e poi Praga … Ed è stato molto bello: abbiamo suonato a Praga di fronte ad una folla davvero entusiasta ed è stato incredibile perché noi non c’eravamo mai stati prima! Poi dopo il concerto abbiamo passeggiato sotto la neve e girato un po’ la città. E’ eccitante vedere cose che sono molto più antiche del mio paese, reperti che si conserveranno per sempre, piazze, mura antiche. Tutto questo forse non ha molto a che vedere con i concerti, ma ha a che fare con l’esperienza in tour… prossima domanda.

Cosa mi dite dei vostri lavori precedenti? Li avete abbandonati definitivamente?

Logan: Non ho mai ufficialmente chiuso con il mio lavoro, più che altro hanno capito che non sarei più tornato, non a breve. Però qualcosa del mio lavoro mi è tornato utile anche qui, c’è ad esempio un battito che ho in testa e che proveniva nello specifico da una delle macchine che usavo a lavoro; non l’abbiamo ancora utilizzato in un pezzo, ma molto probabilmente lo faremo, sta solo aspettando.

E tu Meric eri un cuoco..

Meric: Io ho definitivamente chiuso con il mio lavoro, non solo per la musica: ho realizzato di essere veramente pessimo, per cui non credo ci tornerò mai più a meno che le cose con la musica non si mettano davvero male...

Però devo dire che aver fatto il cuoco per un periodo ha aiutato in una certa misura il modo che ho di scrivere canzoni; molte di queste, soprattutto del primo disco, Beware the Maniacs, le ho scritte mentre cucinavo, venivano spontanee. Inoltre in cucina si ha la piena libertà di urlare per cui puoi cantare quanto ti pare e la gente non ci fa caso, o per lo meno fa finta di non farci caso.

Credo che cucinare e scrivere canzoni siano due cose molto simili e posso dire di essere più bravo in una cosa piuttosto che nell’altra.. non so bene quale comunque.

Il pezzo di apertura di Visiter, “Walking”, fa da colonna sonora ad uno spot pro Obama, cosa ne pensate?

Meric: Credo si trattasse di una proposta per uno spot su Obama. Non so se poi è stato effettivamente utilizzato. Comunque mi è sembrato grandioso! Intendo siamo molto felici che la nostra musica sia stata scelta per qualcosa di così forte. E comunque noi sosteniamo Obama e siamo piuttosto informati riguardo cosa sta accadendo ed è accaduto negli Stati Uniti.

In questo periodo abbiamo lasciato il Paese perché suonare in Europa era un’opportunità imperdibile, l’attitudine delle persone e il modo in cui siamo stati trattati, insieme alle opinioni su di noi quando c’è stato modo di discuterne, sono molto positive nonostante non ci fossimo mai stati.

Intervista a cura di Daniela Cia

Riprese: Luca Ferraris e Giulia Tirelli
Montaggio: Giulia Tirelli e Sergio Pigozzi

Video realizzato in collaborazione con Punto Video Toselli/Punto Giovani